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Prato

Frane e allagamenti: l’accusa dell’assessore Alessio Beltrame

Frane e allagamenti: l’accusa dell’assessore Alessio Beltrame

Prato, il Patto di stabilità è un patto scellerato che ci lega le mani, ma bisogna anche ripensare il modo con cui gestire lo sviluppo della nostre città

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PRATO. «Eventi metereologici come quello che si è abbattuto su Prato e sulla Toscana la settimana scorsa rappresentano un rischio concreto per la popolazione e provocano danni e disagi. È il momento di riflettere seriamente sulla fragilità del nostro territorio e su cosa fare per il futuro. Fenomeni di questo tipo sono sempre più frequenti e anche precipitazioni non eccezionali preoccupano. C'è sempre il rischio di frane e cedimenti». Così l’assessore provinciale al Territorio Alessio Beltrame.

«È chiaro - spiega Beltrame - che servono interventi straordinari di messa in sicurezza e prevenzione, ma il problema è sempre lo stesso, ci scontriamo con il famoso patto di stabilità, che obbliga gli enti locali ad avere un tetto sugli investimenti anche in presenza di bilanci sani e risorse disponibili. Regole scellerate che il nostro paese non si può più permettere, che non solo impediscono gli investimenti necessari per la messa in sicurezza del territorio, ma frenano l'economia, perchè aprire un cantiere vuol dire far lavorare le imprese e i loro operai».

Per Beltrame, «mettere a posto argini e strade però non basta. I problemi idrogeologici negli ultimi anni si sono aggravati, colpa del clima ma anche dell'uomo. La progressiva urbanizzazione del territorio, a discapito delle aree agricole, ha provocato una pericolosa diminuzione delle aree permeabili. Dobbiamo cambiare strategia di sviluppo della città. Fermare il consumo di nuovo suolo agricolo, salvaguardando i valori ambientali del patrimonio rurale, e far crescere la città puntando su riqualificazione e riuso del patrimonio edilizio esistente».

«Non è vero che sviluppo per le città significhi solo crescere in estensione. Di fronte ai tanti danni e alle ingenti risorse pubbliche necessarie per ripararli, è del tutto evidente che il vecchio modello non è più sostenibile. Ne serve uno nuovo, che non consumi suolo ma cambi pelle e struttura a quello che già c'è, trasformandolo in nuova opportunità di crescita. E lasciando che l'erba cresca».

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