La protesta
Marcello Martini, un anno di “vita-non vita” dentro il lager di Mauthausen
Ha incontrato gli studenti dell’istituto Malaparte all’auditorium della Camera della commercio di Prato nel Giorno della memoria
PRATO. Ci sono cose che nemmeno il tempo riesce a cancellare. Come le barbarie vissute nei campi di concentramento. Marcello Martini è uno delle milioni di persone deportate nei Lager. Lui ce l’ha fatta a sopravvivere. Ed oggi non si tira indietro quando ci sono da fare incontri con scolaresche o gruppi per tenere vivo quanto accaduto settant’anni fa: le torture e quella vita non vita vissuta nei campi di concentramento dove l’ingresso era un cancello e la via d’uscita il camino del forno crematorio.
Martini, autore del volume “Un adolescente in Lager” 84 anni il 6 febbraio, ha voluto raccontare la sua esperienza ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado “Curzio Malaparte” che si sono ritrovati per ascoltare le sue parole nell’auditorium della Camera di Commercio. Inizia raccontando la sua infanzia.
«A 6 anni a scuola bisognava avere la tessera del partito oltre che imparare a memoria il giuramento. I libri erano indirizzati ad elogiare il Duce e il sabato mattina dovevamo vestire la divisa da Balilla. Se non lo facevi venivi spedito a casa come assente ingiustificato, e con tre assenze di questo tipo c’era da ripetere l’anno. I libri di storia non riportavano la rivoluzione francese, come se non fosse mai successa ed i giornali non parlavano mai di cronaca nera. Questo era il regime».
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Il padre era comandante di un battaglione di giovani che rimandò a casa, salvandoli così dalla deportazione. Data per certa la sua morte ad opera dei tedeschi il padre di Marcello riuscì a scappare di notte ma da quel momento fu ricercato. «Con la mia famiglia decidemmo di entrare nella Resistenza – dice Martini – ed il mio papà diventò responsabile militare di Prato, coordinando i movimenti dei Partigiani. Rammento bene quando le Ss italiane e tedesche ci presero, anche se mio padre fuggì. Ci portarono a Firenze ed io da cocco di famiglia, ero il più piccolo, mi ritrovai nel carcere delle Murate. Dopo tre giorni venni portato a Fossoli, un ex campo di concentramento dove venivano fatti convogliare i prigionieri e da qui venivano inviati in Germania: i politici a Mauthausen (alcuni a Dachau) e gli ebrei ad Auschwitz».
Con la sua memoria lucida Marcello Martini snocciola numeri impressionati: 1632 erano i campi di concentramento KZ, venti erano i principali dai quali si sviluppava una ragnatela di sottocampi. Dopo Fossoli, Martini fu deportato a Mauthausen. Con voce pacata ricorda particolari che fanno rabbrividire. Dopo essere stato spogliato di quanto aveva indosso gli fu fatta una doccia prima calda, poi fredda quindi rasato dalla testa ai piedi. Per indumenti gli vennero dati soltanto una camicia e un paio di mutande. Per un mese venne messo in una baracca in quarantena, una volta fatto uscire i suoi vestiti furono una giacca, una camicia, un paio di pantaloni e degli zoccoli. Ed una striscia di stoffa con un triangolo rosso.
«Il colore dei vari triangoli – spiega Martini – serviva per classificarci. Il rosso perché io ero lì per motivi politici, poi c’erano i delinquenti, gli zingari, gli omosessuali e via dicendo. Ognuno aveva il suo colore. E poi pezzetto di lamiera con inciso il numero 76430. Quello era diventato il mio nome, il mio cognome. Io ero un numero. Solo quello. E quando sentivo quelle cifre in tedesco dovevo presentarmi ed ascoltare cosa avrei dovuto fare».
Un ragazzo privato della gioia che tutti i bambini devono avere, costretto a lavorare dodici ore in fabbrica (prima in una che costruiva battelli navali poi in un’altra di aerei a reazione). Dopo essere stato portato in alcuni sottocampi, il 1 aprile 1945 fu di nuovo la volta di Mauthausen. «230 km a piedi – dice - Partimmo in 800 ma arrivammo vivi in pochi da quella marcia durata sette giorni senza mangiare. E poi una volta giunti i conti non tornavano. Eravamo cinque in più e nei campi di concentramento oltre alle barbarie conta la casualità. Quei cinque da eliminare per far tornare i conti furono scelti a caso. E’ inconcepibile quanto accaduto - aggiunge Martini - sono state venti milioni le persone passate dai campi di concentramento, circa 13mila sono morte. Metà erano ebree. Le altre vennero deportate per motivi politici o militari o per il loro orientamento sessuale. Oppure perché testimoni di Geova, la cui unica colpa era quella di essere pacifisti. In un regime totalitario non importa opporsi, basta non essere conformi».
Ecco poi che giunge la data liberatoria del 5 maggio 1945 con l’arrivo degli americani. «A me il 27 gennaio non dice nulla – spiega Martini – da quel giorno fino al 3 maggio Mauthausen funzionò regolarmente con le camere a gas e i crematori. Anzi, due giorni prima della liberazione erano state apportate modiche ai forni per aumentare le loro potenzialità».
Questa è stata l’atroce esperienza vissuta da un bambino di 14 anni privato per oltre un anno della vita. Diventato solo un numero scritto su quel pezzo di lamiera e stampato per sempre nella sua mente.
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