Il Tirreno

Prato

Majno (Asl Prato): un piano straordinario per la sanità pratese

di Carlo Bartoli
Majno (Asl Prato): un piano straordinario per la sanità pratese

Il direttore generale: chiederemo alla Regione dei fondi straordinari per garantire un percorso adeguato per chi viene dimesso dall’ospedale

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PRATO. Un ospedale senza reparti, basato su un nuovo sistema di gestione dei posti letto meno sensibile alle esigenze dei primari e più attento alle esigenze dei pazienti. Un piano straordinario dedicato alla sanità nel territorio pratese. Un sistema di punti di primo soccorso per allentare la pressione sul pronto soccorso del Santo Stefano.

Dopo l’apertura del nuovo ospedale, l’Asl è stata tempestata di critiche. Edoardo Majno, direttore generale dell’azienda sanitaria pratese, risponde alle critiche, ma soprattutto rilancia parlando del suo progetto in tre stadi per rafforzare la sanità pratese.

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Come mai l'apertura del Santo Stefano è stata contrassegnata da così tante polemiche?

«La sanità è un bene comune e non va usata per deviare l'attenzione da altri problemi ben più gravi che incidono sulla vita delle famiglie. Il lavoro, soprattutto a Prato, non c'è, la sanità sì e così la si prende di mira. Inoltre, mi pare che si presti un'attenzione straordinaria alle vicende del nuovo ospedale anche per il fatto che siamo già in campagna elettorale. Molti di coloro che partecipano a questo dibattito hanno un piede in due scarpe: ci sono i politici, ci sono professionisti che sono anche politici e via dicendo. E' tutto comprensibile, ma attenzione, la salute è un patrimonio comune che tutti noi dovremmo difendere. Il nuovo ospedale è cosa troppo preziosa per essere sacrificata alle esigenze del dibattito politico. Mi tolgo la giacca del direttore generale e indosso quella del cittadino e dico: se ci sono cose che non vanno, se c'è crisi, se questa città vive un momento difficile non cerchiamo alibi scaricando i problemi sul nuovo ospedale».

I cittadini protestano, i medici sono arrabbiati, il volontariato è sull'Aventino. Non sarebbe il caso di fare un po' di autocritica da parte dell'Asl?

«Guardi, l'ospedale è una macchina particolarmente complessa, oltretutto gestita da un soggetto terzo che è il concessionario che ha costruito l'opera. Se, a nome dell'Asl 4, devo fare un'autocritica, direi che forse non si è coinvolto a sufficienza la città, le sue istituzioni e rappresentanze durante il processo di realizzazione dell'ospedale. Questa carenza di conoscenza riguarda anche i professionisti e tutto il personale. Aggiungo però anche che è facile dire queste cose a posteriori. Chi ha gestito tutta la realizzazione del progetto si è trovato alle prese con una fase di straordinaria complessità».

A chi protesta cosa risponde?

«Devo dire che i nostri uffici non hanno registrato un picco di reclami in occasione dell'apertura del Santo Stefano. A chi critica in maniera forse eccessiva io vorrei suggerire di convogliare tutta questa energia per uno scopo positivo: aiutateci a comprendere e a migliorare».

Vuol dire che il Santo Stefano è stato come una sorta di uova di Pasqua dentro il quale nessuno sapeva cosa c'era dentro?

«L'immagine dell'uovo di Pasqua, in effetti, forse rende l'idea. L'ospedale era da secoli nell'area del Misericordia e Dolce ed è fatale che questo cambiamento abbia creato una scossa per gli utenti. Molto è cambiato anche per i professionisti: è come trasferirsi da un ufficio di quattro stanze a un locale della stessa superficie, ma senza pareti, open space. Con il passaggio al nuovo ospedale molto è migliorato: il passaggio da cameroni da 6/8 letti con i servizi in fondo al corridoio a stanze a due letti con i servizi in camera determina una situazione non paragonabile con il passato. A questo, credo, si riferisse, con termini un po' forti, il presidente Rossi».

C'è un deficit di immagine, ma anche problemi reali. L'Asl cosa pensa di fare?

«A primavera partirà una riorganizzazione delle attività del Santo Stefano che funzionerà per aree omogenee e non più nei confini stretti delle singole specialità. Sarà un sistema, per così dire, a fisarmonica che si adatterà delle necessità. Sarà la direzione ospedaliera a stabilire, giorno per giorno, la distribuzione dei letti. In sostanza, non ci saranno più delimitazioni rigide e pazienti che verranno ospitati in altri reparti. Per i sanitari, la gestione dei letti è una funzione secondaria, dato che devono concentrarsi sulla gestione della diagnosi e della terapia. Stiamo già gradualmente sperimentando questo sistema, ma dobbiamo andare a regime e stabilire delle procedure».

Il Santo Stefano farà da battistrada in questo campo?

«Che sappia io, c'è solo un'altra esperienza, peraltro assai più spinta di quella che vorremmo organizzare, in atto all'Humanitas a Milano. In quel caso, addirittura, l'utilizzo dei posti letto è affidata all'esterno a degli specialisti di gestione. Noi non vogliamo spingerci a tanto, dato che non miriamo a realizzare una gestione di tipo industriale della sanità, ma sicuramente l'ospedale deve essere strutturato in modo da adattarsi alle esigenze che si possono determinare. La flessibilità dovrà essere una modalità di lavoro organizzata e programmata e non un avvenimento occasionale che si realizza solo sulla base di eventi straordinari».

Al pronto soccorso ci sono i pazienti nelle lettighe. Come mai?

«Il trattamento dei pazienti è complesso e se qualcuno fotografa tre pazienti in lettiga al pronto soccorso dovrebbe chiedersi se per caso uno sta per essere portato a fare una Tac, un altro è in attesa di una radiografia e il terzo sta per essere sottoposto a un'ecografia. Posso escludere in maniera netta che ci siano pazienti che trascorrono la notte in lettiga al pronto soccorso, come invece succede in tanti altri ospedali. La qualità dell'assistenza al pronto soccorso di Prato è fuori discussione; a dirlo sono i numeri. Ormai il Santo Stefano ha il primo pronto soccorso per numero di accessi della Toscana; in pochissimi anni siamo passati da 75mila accessi l'anno a 100mila. Di fatto, si sono allargati i confini della provincia, dato che si rivolgono a Prato i pazienti delle fasce più vicine a noi sia dell'area fiorentina che di quella pistoiese. Il tempo di esame è rapido e solo il 10% dei pazienti trattati viene ricoverato. Quando gli accessi superano le 300 unità andiamo in difficoltà».

Come fare per ovviare?

«Stiamo pensando di estendere ulteriormente un'esperienza già in atto. Occorre creare una rete di punti di primo soccorso sul territorio in grado di trattare i pazienti in modo più rapido e comodo, limitando i tempi di spostamento per i cittadini. In questo modo potremmo trattare la grande massa di codici bianchi o azzurri che oggi si rivolgono al pronto soccorso del Santo Stefano».

In che modo?

«Utilizzando le associazioni di volontariato. I medici di servizio per gli interventi di urgenza potrebbero svolgere questo servizio quando sono in sede e non ci sono chiamate di emergenza per le quali deve intervenire l'ambulanza con il medico a bordo».

L’assistenza dopo le dimissioni dall’ospedale è ancora carente, non trova?

«Un ospedale come il Santo Stefano deve poter dimettere in tempo reale i pazienti quando la guarigione è completa, ma per far questo occorre contare su un sistema capace di accogliere i pazienti, un sistema costituito dalle cure intermedie e dalle Rsa».

Per far questo bastano 12 letti alle cure intermedie?

«Servono risorse per poter gestire i 36 letti di cure intermedie che abbiamo in programma di aprire. Per questo posso annunciare che chiederemo alla Regione un segnale importante rivalutando il contributo sociale assegnato a Prato. Chiediamo alla Regione di approvare e sostenere un progetto speciale per il territorio pratese che ci dia la possibilità di gestire al meglio l'uscita dei pazienti dall'ospedale e conto di riuscire a ottenere un significativo risultato nel corso di quest'anno. In futuro dovremo pensare anche a sfruttare al meglio anche il privato».

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