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Prato

«Papà non potrà più farmi una carezza»

«Papà non potrà più farmi una carezza»

Martina Giangrande, figlia del brigadiere ferito a Roma, è tornata a casa dopo la condanna di Preiti

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PRATO. La reputa la fine di un inizio. Per Martina Giangrande il processo che si è tenuto martedì a Roma e che ha visto infliggere 16 anni di carcere al feritore di suo padre è «la chiusura di una piccola parentesi». Intanto, il brigadiere Giuseppe Giangrande si trova ancora ricoverato in rianimazione all’ospedale Santo Stefano in seguito ad una polmonite; per fortuna ci sono segnali di miglioramento.

La figlia del militare ha voluto essere presente nell’aula del tribunale romano per sentire con le proprie orecchie il verdetto. «A me quella sentenza non ha cambiato la vita – spiega Martina – non mi restituisce mio padre come otto mesi fa». Alla domanda su come definisce l’esito, Martina risponde dicendo che non è nessuno per giudicare una sentenza e che le va bene così. «A Roma con me c’erano amici e colleghi di papà – aggiunge – tutti erano un po’ tesi. Forse ero meno agitata io, non mi ero prefissata nulla ma credo che la pena sia equa. Sono partita al mattino presto e prima delle dieci di sera ero già a casa. Appena mi sono messa in macchina per tornare a Prato ho telefonato a papà per dirgli come era andata e stamani (ieri per chi legge, ndr) sono andata a trovarlo in ospedale. Ha voluto conoscere i dettagli del processo, tutto per filo e per segno. Non può parlare ma con il labiale si fa capire. E l’ho trovato meglio, tanto che oggi voleva pure una crostatina al cioccolato. Ma attualmente mangia solo cose morbide come purè, semolino o pollo tritato. Così ho chiesto ai medici se potevo assecondare la sua richiesta. Su questo suo desiderio abbiamo anche scherzato perché, su indicazione dei sanitari, il dolcetto poteva mangiarlo ma solo sbriciolato e non certo al cioccolato». «Quanto accaduto il 28 aprile scorso - continua Martina - gli ha provocato handicap fisici ma non lesioni celebrali. Io lo capisco benissimo anche senza voce e facciamo delle lunghe chiacchierate». Durante il processo, Luigi Preiti ha chiesto nuovamente scusa alla famiglia Giangrande. «Non ha fatto altro che dire quanto mi aveva scritto in una lettera inviatami qualche mese fa – racconta Martina – Ma è troppo facile giustificarsi così. Io una carezza da mio padre non potrò averla per quanto ha subìto. E la mia vita è cambiata, non riesco a fare progetti, non programmo più niente e vivo alla giornata. Papà è la priorità e se sta bene lui sto bene anch’io. Ci vogliono tempo e pazienza da parte sua e mia e tanta forza di volontà. Ed in tutto questo mi reputo fortunata. A Roma poteva esserci un processo per omicidio. Invece il mio papà c’è. Adesso devo aspettare che si stabilizzi - conclude Martina Giangrande - e poi torneremo a Montecatone alla clinica riabilitativa per ripartire con la riabilitazione respiratoria e muscolare. Dovevamo andarci ad aprile, invece la polmonite che si è beccato ha stravolto i piani. E spero che, questa volta, sia per un tempo più breve». In questi giorni a fare compagnia a Martina c’era lo zio Pietro, uno dei fratelli del brigadiere ferito nell’attentato a Palazzo Chigi, che da Milano è venuto a Prato.

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