Attenzione
Il consorzio dei filati cresce e diventa italiano
Il Cpf di Prato si apre alle altre regioni. Tra i nuovi soci anche Divé e Loro Piana A Pitti taglio del nastro della nuova veste della promozione delle aziende
PRATO. Venerdì prossimo è una data importante per i filatori. E non solo perché è in fase di chiusura Pitti Filati (da domani al 24) ma perché c’è il taglio del nastro ufficiale per l’apertura del Consorzio di promozione filati alle altre realtà imprenditoriali italiane.
Non solo quindi un consorzio di aziende pratesi ma del made in Italy.
Un rapporto quello dei filatori che va avanti già da un po’ di tempo e che si è rafforzato con l’organizzazione della fiera del settore in Cina aperta sia ai pratesi sia agli altri. «Una collaborazione - spiega il presidente del Cpf Francesco Lucchesi - che ci ha dato modo di organizzare dei progetti insieme e che oggi vogliamo stringere aprendo il nostro consorzio anche agli altri».
Si sa già che un parere positivo l’hanno espresso Divè, Zegna Baruffa e Cariaggi solo per fare alcuni nomi ma che entro settembre dovranno aderire anche tutti gli altri, coloro almeno che partecipano alla fiera in Cina.
«Con questa nuova alleanza saremo il primo consorzio di filati di livello nazionale - aggiunge Lucchesi - e questo ci permetterà di poter promuovere molto meglio e con più forza i nostri prodotti».
Prodotti che stanno vivendo, a differenza dei tessuti, un buon periodo. Diversi clienti, anche importanti, hanno deciso di lasciare i paesi orientali per la produzione per tornare ad acquistare in Italia. Tra questi ci sono, per fare un paio di nomi aziende Liu Jo e Polo che già per la gamma alta si stanno affidando all’Italia perché anche in Cina è cresciuto il prezzo della manodopera
«L’export del settore - è sempre Lucchesi a parlare - sta crescendo a due cifre e dalle ultime riunioni fatte tra noi è risultato che prevediamo un 2014 piuttosto sereno. Le collezioni sono andate bene e ci aspettiamo gli ordini dopo Pitti».
A dar fastidio all’esportazione c’è il cambio con il dollaro che avrebbe potuto aiutare molto di più trasformando il 2014 nell’anno della ripresa. «Il dollaro a 1,37 non ci aiuta ne crescere nelle esportazioni come avremmo potuto.
Se avessimo avuto un cambio, ad esempio, ad 1,25 ci sarebbe stata tutta un’altra storia e le vendita con l’estero avrebbero raggiunto dei livelli assolutamente ottimi».
Ilenia Reali
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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