La manifestazione
Falsa paternità, dure condanne
Sei anni ai tre rom smascherati dal Dna: volevano incastrare un cinquantenne
PRATO. Hanno cercato di attribuire la parternità di una bambina all’uomo sbagliato e per questo sono stati condannati a pene molto pesanti, quasi il doppio di quanto chiesto dal pubblico ministero. Sei anni a testa per Munevera Halilovic e i suoi due fratelli Thomas e Delijia Halilovic. Circonvenzione di incapace e sostituzione di persona, queste le accuse nei confronti dei tre rom, giudicati dal Tribunale presieduto da Massimiliano Signorini.
La vicenda ha dell’incredibile. Il 9 settembre 2010 Munevera, all’epoca ventunenne, dà alla luce una bambina che non si sa di chi sia. Il giorno dopo i due fratelli incrociano Stefano P., 49 anni, e lo mettono di fronte alle sue presunte responsabilità. Il padre è lui, dicono, e deve riconoscere la bambina. L’uomo, che in effetti ha avuto una breve relazione con la giovane rom dopo un matrimonio finito ormai da tempo, non batte ciglio e dice sì. Il problema è che, lo si accerterà durante il processo, Stefano ha un ritardo mentale, non è capace di distinguere il significato delle sue azioni. Così torna a casa e informa i familiari di essere diventato padre. I parenti però non ci stanno. Sentono puzza di bruciato e hanno ragione. Pretendono un esame del Dna e scoprono che in effetti la bambina non è figlia di Stefano. A quel punto è già partita la denuncia contro gli Halilovic che dà origine al processo.
I nomadi, difesi da Melissa Stefanacci, Vittorio Simoncelli e Katia Dottore Giachino, dicono di non aver chiesto soldi al pratese di mezza età. Ed è vero. Probabilmente volevano “soltanto” assicurare la cittadinanza italiana alla figlia di Munevera, ma si sono cacciati in un pasticcio.
Il pubblico ministero Eligio Paolini aveva chiesto condanne a tre anni e sei mesi, i giudici sono stati molto più severi. (p.n.)
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