Gioco
La mia città mostra la sua anima nella vita di tutti i giorni
Il presidente del fotoclub Il Bacchino racconta com’è nato il suo amore per la fotografia L’incontro con Nedo Coppini: «Fui felice quando mi fece fotografare una partita del Prato»
PRATO. Scrivi Saverio Langianni e leggi fotoclub Il Bacchino, il più antico di Prato con i suoi quarant’anni d’età portati bene. Ma il suo presidente è, per gli amici su Facebook, Saverio Plinio Langianni. Il riferimento al grande scrittore latino (in realtà, padre e figlio: Plinio Il Vecchio e Plinio Il Giovane) è particolarmente azzeccato. Per uno come Saverio che fino a trent’anni ha fatto l’animatore in parrocchia alla Castellina, dove veniva sempre considerato o il più vecchio o il più giovane del gruppo (a seconda dei punti di vista), è stato facile affezionarsi a quel nomignolo.
A proposito di Facebook: scordatevi che Saverio pubblichi i suoi scatti (si definisce un “discreto ritrattista”) sui social network. «Non mi piace dare agli altri ciò che mi appartiene, difficilmente si vedranno le mie foto su Facebook: le immagini pubblicate sui social, se ritraggono te stesso, sono false. E’ ciò che fotografi a rivelare la tua interiorità».
E’ la stessa ritrosia, venata con un pizzico di timidezza, con cui 18 anni fa Saverio si accostò allo storico fotoclub che vede tra i suoi fondatori anche il compianto Nedo Coppini. « Il primo contatto con il Bacchino avvenne attraverso Alessandro Moggi, fotografo di fama a Prato. Inoltre conoscevo Marco Badiani (presidente fino al 2001, ndr) perché abitava alla Castellina. Erano gli anni Novanta ma nel 1977, all'età di 11 anni, avevo già avuto la folgorazione per la prima macchina fotografica. Prima per la macchina che per le foto: quella fu una passione che maturò successivamente». Spunta anche la figura di Nedo Coppini fra i ricordi d’infanzia legati all’obiettivo del piccolo Saverio, come quella partita del Prato che il buon Nedo fece immortalare al bambino curioso di maneggiare l'oggetto. «Nedo era anche un amico di famiglia: i miei genitori in gioventù andavano a ballare con lui e la moglie. Nel 1977 mi diede una grande occasione: fotografare una partita del Prato nel secondo tempo. Ricordo che avevo 11 anni e mi diede da fare mezzo rotolino. A mio padre disse: “Via, o compragli una Reflex». Alla fine me la comprarono: mio padre, nonostante fosse imprenditore tessile, ci pensava due volte di prima di sganciare i soldi. Nedo era una persona spettacolare». Ma era destino che Saverio si cimentasse con la macchina fotografica, quel costoso “giocattolo” che da bambino voleva a tutti i costi. Anche il parroco della Castellina, all’epoca don Giancarlo Innocenti, era un discreto fotografo. «A dieci anni lo vidi con la Reflex in mano: per spirito imitativo la volli anch’io. Se la prima Reflex l’ho avuta per intercessione di Nedo, il primo strumento che mi capitò fra le mani fu la Voigtlander Vitoret di famiglia». Passano gli anni, Saverio studia al Buzzi dove mantiene il pallino della fotografia, tanto che già in seconda superiore stampava in bianco e nero nella sua camera oscura. L’avventura della presidenza del Bacchino è iniziata a fine 2001. Il fotoclub più antico di Prato, che oggi conta un centinaio di soci, racchiude un pezzo di storia di questa città. L’ultima scommessa, peraltro vinta, è stata l’apertura della sala di posa in via Ferrara presso l’associazione culturale Il Primo Terzo, nata per iniziativa di un gruppo di soci del Bacchino e su impulso dello stesso Langianni. «I primi cinque anni da presidente non sono stati facili: c’era un pesante fardello di cose fatte e cose che non si potevano più portare avanti per mancanza di finanziamenti. Per realizzare il libro del trentennale, a parte pochi contributi, ci siamo tirati fuori i soldi di tasca. Alla fine è stata fatta una scelta di risparmio sulla sede, trasferendoci da via San Iacopo, dove avevamo la sala di posa, in piazza San Niccolò. In questo momento Prato vive un bel fermento legato alla nascita di altri fotoclub. Ci piace pensare che il Bacchino, con la sua storia, sia stato di stimolo per gli altri». Pratese da generazioni e di professione economista (ha lavorato per dieci anni in Asel, ora incorporata alla Fil), Langianni è molto affezionato alla sua città. La parte migliore da fotografare? «Per fotografare la vera anima di Prato, bisogna avere pazienza, senza fermarsi all’apparenza. A Firenze è più facile: la città la trovi perché si vuole mostrare, Prato invece non si vuole e non si sa mostrare. Ad ogni modo, la mia città sa mostrarsi meglio nella quotidianità e non nell’evento».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
