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Un padre: «Quando è il Comune a creare i precari»

Un padre: «Quando è il Comune a creare i precari»

PRATO. "Non possono essere le istituzioni pubbliche a rendere precari e a mettere sulla strada i nostri giovani". E' per dare questo messaggio che Antonio Mitidieri, padre di una ragazza che ha...

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PRATO. "Non possono essere le istituzioni pubbliche a rendere precari e a mettere sulla strada i nostri giovani". E' per dare questo messaggio che Antonio Mitidieri, padre di una ragazza che ha lavorato come borsista in Comune, racconta la storia di un contratto che non è un contratto, e di un lavoro che non è un lavoro.

Una storia comune a tanti e rispettosa di ogni legge e regola ma che il padre di una ventitreenne racconta al Tirreno come per dire “Ecco fin dove siamo arrivati”.

«Dal Comune di Prato - racconta Mitidieri - tre anni fa chiamarono mia figlia, appena diplomata, chiedendole se per un anno fosse andata a lavorare come borsista. Lei si era già iscritta all'università ma ritenne che l'occasione di un'esperienza Comune fosse da non perdere. Anche noi genitori fummo d'accordo».

La ragazza ebbe il contratto da borsista per un anno. Fu rinnovato per un secondo anno. E poi per un terzo. «Seguiva le pratiche edilizie - riferisce il babbo - e prendeva 600 euro al mese. Una cifra bassa certo ma che noi ritenevamo di dover accettare vista la situazione di crisi che c'è in giro e sempre convinti che quest'esperienza potesse essere importante per costruirsi un futuro. Poi il 15 dicembre anche l'ultima proroga è scaduta e non era possibile rinnovarla. Lo sapevamo, eravamo tranquilli anche se il primo anno aveva rinunciato ad offerte di lavoro scegliendo di fare esperienza nel pubblico».

«Sappiamo bene che in Comune si fanno i concorsi e certo non pensavamo l'assumessero ma che almeno questa esperienza servisse a qualcosa: ci hanno invece detto che per questa esperienza non avrà alcun punteggio e ai fini dei concorsi è come se non fosse mai esistita».

«Abbiamo peccato di ingenuità - continua - e potevamo informarci prima e capire meglio ma ciò non giustifica che siano proprio gli enti pubblici a far lavorare i giovani per 600 euro al mese, facendo far loro cose che potrebbero fare persone regolarmente assunte e quindi togliendo eventuali posti di lavoro. Capirei se alla fine servisse a formare professionalità e dare un futuro ai nostri ragazzi...Invece alla fine si scopre che è solo usare dei non contratti per spendere meno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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