Il Tirreno

Prato

Adozioni in Congo la storia a lieto fine della famiglia Massai

di Giulia Catarzi
Adozioni in Congo la storia a lieto fine della famiglia Massai

Ancora bloccate nella capitale Kinshasa le 24 coppie italiane alle quali le autorità hanno fermato gli affidamenti

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PRATO. Il Natale dovrebbe essere un momento da passare con i propri cari in un’atmosfera di gioia e serenità, ma così non è stato, quest’anno, per le ventiquattro coppie italiane bloccate in Congo a causa del veto posto per un anno sulle adozioni internazionali. Tale provvedimento, infatti, vieta loro di fare rientro a casa con quei bambini che, anche per la legge del luogo, sono già loro figli. Colpa della burocrazia, ma anche della politica.

A caratterizzare queste persone è una storia di amore e responsabilità, ma per fortuna non accomuna tutti i genitori che hanno deciso di intraprendere la comunque non facile strada dell’adozione. Ad aver fatto questa stessa esperienza, sempre in Congo, è il pratese Fabrizio Massai, che dal 2010 è divenuto padre di un bambino che ha oggi nove anni.

«L’adozione è certamente un percorso lungo e complicato – ha raccontato facendo riferimento al suo vissuto – quel che è certo, però, è che per ogni coppia vi sia una storia molto diversa da raccontare. A legare tutti questi genitori come me e mia moglie, in ogni caso, resta il fatto di dover fare i conti tanto con la burocrazia africana quanto con ciò che stabilisce la Convenzione dell’Aia, e quindi con le normative europee». La famiglia Massai, però, è stata fortunata e in pochi mesi è riuscita a portare a termine tutte le procedure necessarie per portare in Italia il bambino, anche se le cose, inizialmente, non sembravano volersi sbloccare. «Il nostro primo tentativo è stato con il Gambia – ha infatti spiegato Fabrizio – dall’affidamento dell’incarico all’ente sono trascorsi due anni e mezzo senza che le cose andassero a buon fine. Abbiamo quindi deciso di tentare una nuova strada, cambiando ente e Paese di riferimento, e rivolgendosi quindi al Congo. Qui per noi è stato tutto più facile: a dicembre del 2009 abbiamo avuto l’abbinamento e ad aprile dell’anno seguente eravamo già là, nella capitale di Kinshasa, dove ha sede l’orfanatrofio da cui proviene nostro figlio. Noi ci possiamo dire fortunati, perché abbiamo potuto constatare personalmente che, anche con lo stesso nostro ente, ci sono state famiglie che hanno riscontrato tante difficoltà nel riuscire a portare a termine l’adozione».

Come ci spiega Massai, infatti, in Africa tutto è dominato da una sorta di incertezza e fino alla fine, queste famiglie, non possono mai dirsi sicure del buon esito del loro viaggio.

«In Congo i documenti sono fatti a mano e se manca una virgola non importa niente a nessuno; in Italia invece questo crea enormi problemi, potendo cambiare anche l’interpretazione dell’intero discorso – chiarisce il papà pratese – Un’ulteriore impedimento è poi determinato dal fatto che in Congo non tutto è scritto come da noi: da un momento all’altro le cose possono cambiare drasticamente, e proprio in virtù di questo non sono rimasto poi tanto sorpreso nell’apprendere la storia delle ventiquattro coppie oggi bloccate in Congo. A livello sanitario Kinshasa è una grande metropoli e non credo che per loro sussistano gravi rischi nel contrarre qualche malattia: siamo in Africa, ma è comunque una città immensa e se hai qualche soldo puoi curarti come in Italia. Il dolore deriva piuttosto dal timore di non poter realizzare il sogno che avevi in valigia quando sei partito».

Tutto dipende da quanto bene lavora l’ente a cui queste famiglie devono fare riferimento, insomma. Il signor Massai si era affidato alla Fondazione Raphael Onlus di Prato e per lui tutto si è svolto secondo la norma, senza cadute o intoppi, ma resta ancora molto da fare per dare una speranza tanto a questi bambini quanto alle famiglie che intendono dare loro un futuro più sereno. «È un’esperienza unica – conclude Massai orgoglioso di ripercorrere il proprio cammino – non si può descrivere quanto si riceve a livello emotivo, affettivo, psicologico, ma non è giusto che si debbano affrontare peripezie del genere ed è chiaro che le soluzioni vadano trovate in maniera urgente a livello politico». Nel frattempo, però, il sogno delle ventiquattro famiglie italiane ancora in Africa fatica ad uscire dal cassetto: non resta che augurarsi che possano al più presto raccontare anche loro una storia a lieto fine come quella del nostro concittadino.

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