Attenzione
Prato, il brigadiere Giuseppe Giangrande racconta i momenti drammatici del suo ferimento
E' tornato a casa insieme alla figlia Martina. Ferito a colpi di pistola da Luigi Preiti il 28 aprile davanti a Palazzo Chigi, dal 7 maggio era ricoverato per la riabilitazione nella clinica di Montecatone. Uno striscione di bentornato lo ha accolto davanti casa e il presidente della Provincia gli ha inviato un messaggio di vicinanza e affetto
PRATO. «Un pazzo? No, quello lì, quello che mi ha sparato non è un pazzo. E’ uno che in un momento molto delicato per il nostro paese voleva passare alla storia». Giuseppe Giangrande ha lo sguardo di uno che riprende confidenza con gli oggetti e le pareti da cui è stato a lungo lontano, 234 giorni dopo quella maledetta domenica 28 aprile, quando quello che fu subito definito un pazzo, Luigi Preiti, ma che secondo lui pazzo non è, gli sparò un colpo di pistola a bruciapelo mentre faceva servizio di ordine pubblico davanti a Palazzo Chigi.
Il brigadiere Giangrande, 51 anni, è tornato nella sua casa di Prato, in via Machiavelli, accanto alla ferrovia, mercoledì 18 dicembre,i poco dopo l’ora di pranzo. L’hanno portato in ambulanza da Montecatone, cinque chilometri da Imola, dove ha passato gli ultimi sette mesi in una clinica specializzata in riabilitazione. I medici hanno fatto quello che hanno potuto, ma non possono fare miracoli. Gli occhi vigili, a tratti ironici, e la testa sono le uniche parti del corpo che il brigadiere ora riesce a muovere. La riabilitazione continuerà, ma quella pallottola ha fatto danni irreversibili.
«È entrata qui, nel collo - racconta lucidamente Giangrande - e ha fatto un giro strano, finendo nelle vertebre». E lo dice come se parlasse di un altro, con l’espressione leggera che tante volte gli abbiamo visto in faccia quando capitava di incontrarlo per strada, durante un turno di pattuglia, o in Tribunale a Prato, quando doveva testimoniare a un processo, prima che fosse trasferito a Firenze. Ancora sulla strada, nonostante non sia più giovanissimo, al sesto battaglione carabinieri Toscana, nel gruppo antisommossa che viene impiegato quando c’è da mantenere l’ordine pubblico in situazioni delicate.
L’Italia si è commossa vedendo le immagini della sparatoria davanti a Palazzo Chigi in quella domenica che doveva essere di festa e si trasformò in tragedia, ma Giuseppe Giangrande non si atteggia a eroe. Riesce a parlare anche di fortuna. «La mia fortuna è stata che a quello lì non gli ho dato le spalle - racconta, affaticandosi - Mi ha chiesto se poteva passare, gli ho detto di no e poi mi sono girato, l’avevo quasi di fronte. Se gli avessi dato le spalle sono sicuro che mi avrebbe fatto secco».
Al contrario di quello che molti hanno pensato, il brigadiere è stato sempre cosciente. «Sì, non ho mai perso conoscenza - conferma - Ero lì, steso a terra, capivo quello che mi era successo ma non mi potevo muovere. Sono convinto che Preiti volesse fare una strage, perché aveva 10 colpi nel caricatore e altri 30 in tasca».
Secondo Giangrande il suo feritore voleva «passare alla storia» facendosi uccidere, ma così non è stato e lui, il brigadiere, sembra davvero orgoglioso dei suoi compagni.
«Nella mia squadra - dice - non ci sono sceriffi. Ci sono invece militari che sanno quando bisogna sparare e quando bisogna difendersi». E davanti a Palazzo Chigi è andata proprio così, non c’è stato un finale all’americana, coi poliziotti che sparano contro chi ha impugnato un’arma contro un loro compagno. Lo hanno immobilizzato e portato in carcere, dove ora aspetta il processo con rito immediato.
«Questa è l’unica cosa positiva - sussurra Giangrande - Sapere che la perizia ha stabilito che quello lì è capace di intendere e di volere e che il prossimo 21 gennaio verrà condannato per quello che ha fatto».
(Qui sotto la figlia Martina con una gigantografia del padre)

Di scuse il brigadiere non vuole sentir parlare, e nemmeno di perdono, anche se non lo dice esplicitamente. «Come si fa a giustificare un gesto come quello? - ragiona a voce alta - Capisco che uno possa avercela coi politici, che sia pieno di rabbia perché le cose non gli vanno bene, ma perché prendersela con noi carabinieri che stavamo lì a fare ordine pubblico?». Già, perché? Ha avuto più di sette mesi per rifletterci, ma è una domanda a cui forse non avrà mai risposta, perché forse una risposta nemmeno c’è.
E allora meglio rifugiarsi nell’affetto di chi gli vuole bene, a cominciare dalla figlia Martina che, dopo aver perso anche la madre, non si è mai staccata dal suo capezzale durante questi lunghi mesi. Ha dovuto lasciare il lavoro, ma appena possibile lo riprenderà. I soldi per le cure del padre sono arrivati dalle istituzioni e dall’Arma, il futuro in qualche modo è assicurato. E ora è Martina (anche lei ha fatto commuovere l’Italia quando è stata catapultata davanti a una selva di microfoni dopo l’attentato) che si occupa di filtrare le visite a Giuseppe, cercando di non farlo stancare troppo.
Dice: «Ora basta, fatelo riposare, ci sarà tempo per parlare con calma». E lui quasi non vorrebbe, si vede che ha bisogno di vedere facce conosciute dopo aver visto sfilare per giorni e giorni quelle delle istituzioni. Da oggi la casa a piano terra di via Machiavelli sarà meta di una processione di amici e conoscenti. Poi, è inevitabile, i riflettori si spegneranno, ma lo Stato ha promesso di non dimenticarsi di un suo servitore che ha pagato un prezzo troppo alto.
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