Sicurezza
«Quelle bombole mi hanno fatto paura»
Lo sfogo di un giovane imprenditore “vicino di casa” dei cinesi: «Prato vuole legalità e cultura»
PRATO. «Tornare in magazzino e trovarsi tre volanti della Municipale fuori, con tantissimi cinesi con le valigie ammucchiate in mezzo di strada, vi assicuro che non l’avevo preventivato. E’ stata una scena forte. Queste persone avevano uno smarrimento totale che, credetemi, mi ha veramente spiazzato. Il mio istinto mi portava lì, a rassicurarli. Ad aiutarli. Avrei voluto parlare la loro lingua e dirgli che questi controlli sono anche per tutelare loro. Che non possono dormire dentro le ditte in cui lavorano. Che non ci possono far da mangiare dentro. Che tutto questo è pericoloso. Che lo Stato è assente nei nostri confronti quanto nei loro».
Jonathan Targetti ha affidato al suo blog il Bubbone le emozioni contrastanti che ha vissuto lunedì quando a Santa Lucia è stato fatto l'ennesimo blitz nei capannoni dormitorio. Targetti fino a due anni fa ha vissuto insieme ai suoi genitori in una casa accanto al magazzino sequestrato che confina con lo stanzone dove tutti i giorni va a lavorare.
«Io sono quello che spinge per la lingua cinese nelle scuole elementari- prosegue il racconto- per il Museo di Arte Orientale con un padiglione sulla Cina, sono uno che si batte sempre per l’integrazione. Vorrei che Prato diventasse un modello per l’integrazione, eppure c’è qualcosa che gira nella mia testa. Un tarlo».
Il tarlo si chiama paura: 7 sette bombole di gas in un posto dove non dovrebbero stare «Accanto – spiega Targetti – al posto dove io e mio babbo abbiamo rinchiuso anni di sacrifici. Sette bombole di gas accanto alla mia vita e alla casa dei miei genitori, che potrebbero spazzare via tutto quanto. La mia vita, i miei genitori, il mio lavoro, la loro casa, sacrifici e sogni, mutui da pagare, bambini da crescere. Un futuro da costruire messo a repentaglio da sette bombole di gas. Non lo posso accettare».
Un bipolarismo di sentimenti diviso fra la razionalità che parla di integrazione e mostra il pericolo e dall'altra parte la compassione per gente venuta da lontano, da una cultura diversa dalla nostra. Una scelta difficile ma alla fine Targetti, quando il pericolo è passato vicinissimo alla sua porta, ha deciso quale parte di sé far prevalere: «Ho 27 anni, voglio che la mia città riparta. Voglio che si volti pagina. Il messaggio dovrebbe essere chiaro: Prato cambia e vuole legalità e cultura. Chi vuol stare a Prato rispetti le regole. Italiani e non. Senza il rispetto della legalità non c’è integrazione».
Alessandra Agrati
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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