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Prato

La giungla dell’illegalità cinese condanna a morte la maglieria

di Ilenia Reali
La giungla dell’illegalità cinese condanna a morte la maglieria

Gli orientali hanno cominciato a produrre anche i teli di maglia: chiedono un euro e venti anziché quattro Il grido d’allarme degli “smacchinatori”: «Il lavoro nero imperversa. Ci sono già 6.000 macchine»

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PRATO. Non si ferma ai pronto moda l’illegalità nelle imprese cinesi. E non basta più neppure guardare alla produzione del tessuto, con le fasi precedenti alla confezione, quelli della stamperia e della tintoria.

Una giungla dell’illegalità è nata e sta iniettando veleno anche nel settore della maglieria. E non più solo con la fase della vendita delle maglie, con etichetta cachemire, vendute a 9 euro nei pronto moda del Macrolotto. Da qualche anno, con un picco negli ultimi due-tre, anche la produzione è sbarcata nell’area metropolitana e quello che viene venduto a Prato a tutti gli ambulanti d’Europa e ai negozi economici non arriva più esclusivamente dalla Cina come un tempo.

Un censimento vero e proprio non esiste, la vendita di molte macchine da maglieria necessarie a tessere i teli è avvenuta a nero, ma tra gli addetti ai lavori si dice che si siano già accese fino a 6.000 macchine per la smacchinatura di maglie di varie finezze.

I primi cinesi che hanno cominciato a lavorare in questo settore risalgono a 10-12 anni fa ma solo abbastanza recentemente il fenomeno sta dilagando. In una prima fase i cinesi hanno acquistato prevalentemente macchine Shima, ossia la marca giapponese utilizzata anche dagli artigiani italiani che ha costi molto più alti rispetto ai concorrenti orientali. I cinesi hanno rastrellato il mercato dell’usato sia in Italia sia all’estero acquistando ciò che agli artigiani europei che chiudevano i loro laboratori esausti per la crisi veniva pagato al prezzo di “ferro vecchio”. Poi però la disponibilità si è quasi esaurita e anziché passare al nuovo su quella che è considerata una “Ferrari” del settore (insieme ai marchi Stoll e Protti) hanno scelto di orientarsi su marche cinesi, dove una macchina nuova costa circa 25mila euro contro i circa 37.000 della nuova macchina economica sfornata dai giapponesi e realizzata ad hoc per non perdere questa fascia del mercato.

Un passaggio che ha tolto agli imprenditori orientali la difficoltà a reperire i macchinari necessari, se non pagandoli cifre astronomiche,e che ha portato alla vera svolta.

Le aziende cinesi che tessono i teli di maglia sono più grandi rispetto a quelle degli artigiani pratesi. In media in ogni magazzino ci sono 20-30 macchine e chi ancora tra i pratesi è rimasto a lavorare in questo segmento della moda, ed era riuscito a superare la crisi degli ultimi anni, sa che ha vita breve. «Per una maglia calata di media qualità, di finezza 5 – racconta un artigiano – i cinesi chiedono da 1,20 a 1,60 euro contro i 3,50-4 euro a maglia che noi prendevamo. Lavorano a tre euro l'ora contro i nostri già bassissimi 6-8 euro l'ora. Cifre assolutamente impossibili da sostenere che ci stanno spazzando via tutti. Anche perché noi le macchine le abbiamo pagate cifre importanti e abbiamo leasing e mutui. Loro invece si comportano come se non avessero investito un euro e non dovessero pagare assolutamente niente. Senza contare che stanno chiudendo la filiera della maglieria. Dal filato arrivano nei pronto moda dove si vendono le maglie a prezzi stracciati facendoci fuori quasi completamente dal mercato».

La maglieria è uno di quei settori che più di altri si è sviluppato nella comunità cinese perché ha meno svantaggi rispetto alle fasi del tessile tradizionale. La manodopera necessaria è inferiore rispetto a quella delle confezioni e delle tintorie e quindi il ricorso a lavoratori irregolari non è lo stesso. C’è, ma è inferiore. E' sufficiente prendere un appartamento in affitto e mettere tutti lì senza dover dormire negli stanzoni dove si lavora. «Tutto è ovviamente a nero ma in caso di controlli è assai più difficile dimostrare le irregolarità», aggiunte l'artigiano che parla con Il Tirreno ma solo a condizione di non rendere noto il nome.

Lui ha un’azienda di smacchinatura e non si limita a descrivere un fenomeno ma denuncia un sistema di irregolarità complessiva dove ognuno fa la sua parte. «Chi vende i macchinari – dice – non tratta noi come tratta loro, i cinesi: se io vado ad acquistare una macchina la pago molto di più perché sono costretto a fatturarla. I cinesi ne acquistano dieci insieme e dettano le regole sul mercato a tutti i livelli. Lo stesso fanno quando acquistano i filati. Io invece se ho una macchina in magazzino non posso trasformarla in un ingranaggio fantasma:deve esistere anche dal punto di vista amministrativo sennò rischio tantissimo. Per loro evidentemente non è così importante e non temono multe e controlli».

Attualmente gli italiani stanno resistendo in questo settore solo su alcune tipologie di maglie. Si tratta di quelle di qualità superiore dove i cinesi non trovano vantaggi: non garantiscono produzioni in grandi quantità e hanno lavorazioni troppo lunghe.Tutti gli addetti ai lavori però non hanno dubbi. Anche per questo sarà solo questione di tempo.

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