Il Tirreno

Prato

«Noi cinesi siamo qui per lavorare»

di Alessandra Agrati
«Noi cinesi siamo qui per lavorare»

Lo sfogo del giovane confezionista: «I blitz non servono, meglio coinvolgere i proprietari degli immobili nei controlli»

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PRATO. «Siamo a Prato per lavorare, se ce ne dovessimo andare l'intera economia crollerebbe. Siamo arrivati qui perché c'erano le condizioni favorevoli per avere un permesso di soggiorno rilasciato anche se si dorme all'interno dei capannoni. Prassi che venti anni fa era considerata normalissima. Sono rimasto profondamente colpito quando, dopo il rogo di domenica, ho sentito parlare di schiavi e di sfruttamento della manodopera. Non è così».

Hong Guolong, accompagnato dall’amico Roberto Iozzi, ha 27 anni ed è nato in Cina ma da 14 anni vive a Prato e lavora nell' ufficio amministrativo di un'azienda cinese che produce abiti per uomo.

«In questi giorni ho sentito tante parole, ma poche di rispetto per i morti. Al bar addirittura qualcuno voleva andare in ospedale a staccare la spina dei macchinari a cui erano attaccati gli operai ustionati. È una cosa pazzesca, si è troppo speculato su questa tragedia».

Secondo Guolong ci sono troppi pregiudizi nei confronti dei cinesi e soprattutto l'amministrazione locale e il Governo italiano non stanno seguendo la giusta strada.

«I blitz stile teste di cuoio – spiega – non hanno senso, sono ridicoli molto costosi e non rappresentano la soluzione. La strada, invece, è quella di una collaborazione che coinvolga il proprietario dell' immobile, chi lo affitta e gli enti locali». L'idea è di responsabilizzare il proprietario; dopo un mese dalla data del contratto dovrebbe avere l'obbligo di andare a controllare che tutto sia in regola e se così non è allora parte la denuncia.

«Questo sistema permetterebbe un risparmio notevole, una collaborazione e risultati migliori. Siamo bravi ad adattarci al cambiamento», è l’idea di Guolong.

Anche Alessandro Morini, rappresentante tessile che collabora con la ditta di Guolong oltre ad essergli amico, è sulla stessa lunghezza d'onda.

«La soluzione è molto semplice - dice Morini - Basterebbe fare come in Cina quando si vuole aprire un' azienda: si va a parlare con le autorità locali che indicano il posto dove dovrà sorgere, si lascia una cauzione, un piano degli investimenti, uno dei lavori e della tracciabilità del denaro utilizzato. Tempo tre mesi partono i controlli e se non si è in regola si vieni espulsi. Così si dovrebbe fare anche qui, controlli in forma di blitz non servono, bisogna cambiare le regole sui controlli nelle imprese».

In realtà le regole ci sarebbero, eccome, il problema è che non vengono applicate per tutte le ragioni di cui si discute in questi giorni. «Molti cinesi dormono negli stanzoni – continua Guolong – ma c'è anche chi si è attrezzato in modo diverso, trovando degli alloggi ai propri dipendenti».

«Le leggi italiane sono assurde – spiega – quando c'è stata la sanatoria per regolarizzare gli operai, molte aziende non sono state messe nelle condizioni di farlo; da una parte si chiedeva di pagare tramite bonifico i dipendenti, dall'altra non gli veniva dato il codice fiscale con cui poter aprire un qualsiasi conto».

Guolong è anche preoccupato per il clima che si respira in città, troppi crimini vengono commessi contro i cinesi. «Invece di fare tanti controlli ai cinesi – dice – bisognerebbe potenziare la sicurezza, i continui scippi a danno della nostra comunità fanno salire la tensione e non escludo che si possa arrivare a gesti estremi».

Un chiarimento anche per quanto riguarda l'accusa di esportare capitali in Cina. «Una buona parte di quel denaro – spiega Guolong – serve per far arrivare in Italia container di stoffa a nero. Alla dogana ci sono gli italiani non i cinesi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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