Gioco
Rossi: «Concedendo la cittadinanza i soldi dei cinesi resterebbero in Italia»
Nella lettera aperta del presidente della Regione Toscana a “Repubblica” confermate le anticipazioni al Tirreno
PRATO. La Repubblica ha pubblicato questa mattina (7 dicembre) una lettera aperta del presidente della Toscana Enrico Rossi (pag. 31, titolo: 'Prato, è tempo di diritti civili') sul rogo di Prato e sulle risposte che la politica dovrebbe dare per fronteggiare la situazione e contrastare l'illegalità nel distretto. Nella lettera il presidente Rossi sul tema della cittadinanza confermando le anticipazioni pubblicate venerdì 6 dal Tirreno.
«Caro direttore - ha scritto Rossi - la risposta ai problemi del distretto cinese delle confezioni di Prato sarebbe concedere con gradualità la cittadinanza ai lavoratori stranieri.
In Italia Mandela piace a tutti. Tutta la sua vita fu dedicata al processo di emancipazione e riconoscimento dei diritti civili per la popolazione esclusa dall'apartheid, ma mentre tutti in Italia lo piangono in tema d'immigrazione e di diritti di cittadinanza ci si ispira ancora al pensiero di Bossi e Fini. Non solo da parte della politica, ma anche dei media e di alcuni intellettuali il cui silenzio è pesante.
Se si procedesse a concedere la cittadinanza ai lavoratori stranieri del distretto è certo che quei 2 miliardi di euro che secondo le stime dell'Irpet i cinesi producono a Prato prenderebbero assai meno le vie della Cina, dell'evasione e dell'illegalità. I lavoratori cinesi diventerebbero cittadini come tutti. Troverebbero il coraggio d'iscriversi ai sindacati e denunciare i loro sfruttatori, mentre gli imprenditori onesti si sottrarrebbero al racket, investirebbero qui e pagherebbero le tasse.
A risentirsi per primo sarebbe forse proprio il governo cinese che perderebbe entrate importanti in moneta forte, e a seguire le associazioni criminali che speculano su questo mare di soldi e illegalità.
Proviamo a fare due conti. Dei due miliardi stimati almeno uno è il frutto di evasione, lavoro nero e sfruttamento disumano. Prodotto di una filiera senza controllo e di fughe di capitale fuori dall'Italia. Un'inchiesta recente ha ipotizzato che ogni giorno un milione di euro parte da Prato attraverso i "money transfers" e che dal 2006 al 2011 questo flusso di rimesse è stato pari a 1,5 miliardi di euro. Altri stimano che di tutto il giro di affari che ruota attomo al distretto cinese di Prato solo il 10% è legale e che le oltre 3.000 imprese del pronto moda importano i190% dei tessuti di base dalla Cina.
Al termine di questo processo i milioni di capi prodotti ogni settimana e in poche ore vengono etichettati come "made in Italy" e smerciati per il 70% in Europa e in altri paesi del mondo. In pratica, Prato e la Toscana ospitano in casa un ciclo integrale delle confezioni extraterritoriale, di cui resta ben poco in termini di utili e benefici occupazionali e fiscali.
Perdipiù tutto questo ciclo fa parte quasi interamente della bilancia commerciale cinese. I controlli sono necessari ma una realtà così vasta non può essere cancellata con un colpo di penna o con la repressione militare. Il tempo della globalizzazione non può essere fermato e non torna indietro.
Che cosa vuole fare l'Italia? Penso che una soluzione per risolvere questa grande emergenza umanitaria e questo intricato groviglio economico-sociale passa dalle scelte che questo governo farà in materia di cittadinanza e integrazione. Scelte da porre accanto ai rapporti commerciali e internazionali con la Cina.
Per trovare una via d'uscita a questa situazione è sufficiente rovesciare il punto di vista, trasformare il problema in una grande opportunità. In un libretto intitolato "Una nazione di immigrati" John Kennedy dice che gli Stati Uniti sono diventati grandi e potenti grazie ai diversi flussi migratori che hanno reso unica l'identità americana. Non posso fare a meno di pensare che la presenza dei cinesi a Prato può diventare una grande ricchezza per la Toscana e per l'Italia".
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