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Prato

Prato, niente blitz ma collaborazione, la strada per superare l’illegalità cinese

di Alessandra Agrati
Prato, niente blitz ma collaborazione, la strada per superare l’illegalità cinese

Hong Guolong, impiegato, e Alessandro Morini, rappresentante tessile, indicano soluzioni diverse al “pugno di ferro”

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PRATO. «Siamo a Prato per lavorare, se ce ne dovessimo andare l'intera economia crollerebbe. Siamo arrivati qui perché c'erano le condizioni favorevoli per avere un permesso di soggiorno rilasciato anche se si dorme all' interno dei capannoni. Prassi che 20 anni fa in Cina era normalissima. Sono rimasto profondamente colpito quando, dopo il rogo di domenica, ho sentito parlare di schiavi e di sfruttamento della manodopera. Non è così».

Hong Guolong, accompagnato dall'amico Roberto Iozzi, ha 27 anni è nato in Cina ma da 23 in Italia e da 14 vive a Prato e lavora nell' ufficio amministrativo di un' azienda cinese che produce abiti per uomo. «In questi giorni ho sentito tante parole, ma poche di rispetto per i morti. E' una cosa pazzesca si è speculato su questa situazione». Secondo Guolong ci sono troppi pregiudizi nei confronti dei cinesi e soprattutto l'amministrazione locale e il Governo italiano non stanno seguendo la giusta strada.

«I blitz stile teste di cuoio – spiega – non hanno senso, sono ridicoli e molto costosi, la strada è quella di una collaborazione che coinvolga il proprietario dell' immobile, chi lo affitta e gli enti locali». L'idea è di responsabilizzare il proprietario; dopo un mese dalla data del contratto dovrebbe avere l'obbligo di andare a controllare che tutto sia in regola se così non è allora parte la denuncia. «Questo sistema permetterebbe un risparmio notevole, una collaborazione e risultati migliori. Siamo bravi ad adattarci al cambiamento».

HONG E ROBERTO: DUE AMICI E UN MESSAGGIO PER L'INTEGRAZIONE

Anche Alessandro Morini rappresentante tessile che collabora con la ditta di Guolong oltre ad essergli amico, è sulla stessa lunghezza d'onda.«Al bar addirittura qualcuno voleva andare in ospedale a staccare la spina dei macchinari a cui erano attaccati gli operai ustionati - afferma - La soluzione è molto semplice basterebbe fare come in Cina quando si vuole aprire un' azienda: si va a parlare con le autorità locali che indicano il posto dove dovrà sorgere, si lascia una cauzione un piano degli investimenti, uno dei lavori e della tracciabilità del denaro utilizzato. Tempo tre mesi partono i controlli se non si è in regola si vieni espulsi. Cosi si dovrebbe fare anche qui, controlli e blitz non servono bisogna cambiare le regole».

L'IMPRENDITORE: BISOGNA FARE COME IN CINA

In realtà le regole ci sarebbero. «Molti cinesi dormono negli stanzoni – continua Guolong – ma c'è anche chi si è attrezzato in modo diverso, trovando degli alloggi ai propri dipendenti».

«Le leggi italiane sono assurde - spiega Guolong – quando c'è stata la sanatoria per regolarizzare gli operai molte aziende non sono state messe nelle condizioni di farlo; da una parte si chiedeva di pagare tramite bonifico i dipendenti, dall' altra non gli veniva dato il codice fiscale con cui poter aprire un qualsiasi conto». Guolong è anche preoccupato per il clima che si respira in città. «Invece di fare tanti controlli ai cinesi bisognerebbe potenziare la sicurezza, continui scippi a danno della nostra comunità fanno salire la tensione e non escludo che si possa arrivare a gesti estremi».

Un chiarimento anche per quanto riguarda l'accusa di esportare capitale in Cina. «Una buona parte di quel denaro irregolare che viene mandato in Cina - spiega Guolong – è favorito dalla facilità d'ingresso attraverso le dogane italiane di merci acquistate con quello stesso denaro. Alla dogana ci sono gli italiani non i cinesi».

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