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Prato, la strage del Macrolotto con le parole di un bambino

Malia Zheng
Prato, la strage del Macrolotto con le parole di un bambino

Gli alunni della scuola elementare Don Milani raccontano come hanno vissuto la notizia della morte di 7 operai nella confezione cinese di via Toscana

I temi: sfoglia gli elaborati dei bambini sulla strage

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PRATO. «Mi dispiace tanto e vorrei che queste cose non succedessero più perché sono persone e non schiavi che lavorano illegalmente per qualcuno che pensa più ai soldi che alla vita della gente». È così che Filippo, alunno dell’istituto comprensivo don Milani commenta la tragedia e i sette morti di via Toscana. Filippo e gli altri alunni guidati dalla professoressa Maria Laura Cheli hanno scritto dei pensieri che Il Tirreno Prato ha pubblicato integralmente sul sito. L’italiano è un po’ incerto ma come i ragazzi vivano la parola straniero è un concetto ben chiaro.Aiman ad esempio non ha dubbi si deve rispettare la cultura di tutti anche se «c’è chi dice che i cinesi mangiano i topi».

Daniele ad esempio disegna un crocifisso e chiede a Dio di proteggere gli operai morti nel rogo. Molte ragazze cinesi fanno ancora fatica a scrivere un italiano corretto e dopo due righe in stampatello passano agli ideogrammi. Serghej, anche lui di origine straniera, si rivolge ai cinesi come se fosse di origine italiana e scrive: «Io sono molto triste per quello che è successo, ma io dico che voi stranieri, se non capite una cosa dovete provare a capirla! Perché le leggi servono a molto, servono a vivere meglio. Così non capitano più disastri e nessuno sta male».

Samuele parte da una sua esperienza. «Una settimana fa frequentavo degli amici razzisti, e d'accordo con loro picchiavamo tutti i ragazzi non italiani, extracomunitari, perché per noi erano tutti uguali, uno peggio dell'altro!! Tutti erano diversi da noi e non me ne fregava nulla se loro li picchiavano a sangue. Poi un giorno li ho visti che iniziavano a tirare la terra e i sassi in faccia a un cinese. Ma dopo un po' ho visto che il ragazzo non reagiva come tutti gli altri ragazzi che rispondevano e ci offendevano, allora ho detto basta. Ho detto loro di fermarsi perché questo cinese non era come gli altri cinesi. Ho capito che tutta la gente fuori non è uguale l'uno all'altro, non è che uno sbaglia e tutti i connazionali sbagliano».

Clarice invece è inviperita perché alcune coetanee appellano con un “che schifo” gli stranieri mentre Simone racconta che come sua sorella sia contenta di lavorare con i cinesi: «mia sorella fa l'estetista, ma da quando lavora in un centro estetico cinese finalmente ha ogni mese il suo stipendio. Quando lavorava dagli italiani passavano mesi prima che la pagassero».

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