Sicurezza
Cardini corregge Rossi: «Forse ha sbagliato imperatore»
Lo storico medievalista interviene sulla citazione del presidente della Regione a proposito della cittadinanza italiana ai cinesi di Prato. Ma il governatore replica citando Tacito
di Maria Lardara
PRATO. L'integrazione fra cittadini italiani e cinesi di oggi passa dalla storia di ieri. Quella romana. E anche le fonti, le citazioni, in questo caso hanno un loro peso. Il riferimento alle politiche di integrazione adottate dall'imperatore Tiberio, chiamato in causa dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in un'intervista rilasciata al Tirreno, viene ritenuto non pertinente dallo storico medievalista pratese Franco Cardini. Ma alle sue obiezioni replica nuovamente il presidente Rossi citando un brano degli Annali di Tacito. Ecco le rispettive posizioni.
Professor Cardini, «Rileggiamo Tiberio, l’imperatore che propose la cittadinanza per i popoli alleati con i romani», suggerisce Enrico Rossi in una dichiarazione rilasciata al Tirreno. La storia però c’insegna altro.
«Forse il governatore fa confusione con la Constitutio Antoniniana, emanata dall'imperatore Caracalla nel 212, che concedeva la cittadinanza agli abitanti entro i confini dell'impero», ribatte il professor Franco Cardini, esperto medievista di fama mondiale. Uno che della realtà dell’immigrazione cinese s’è fatto un’idea ben precisa, avendo preso casa tanti anni fa in via da Filicaia, nel cuore della Chinatown pratese. Tiberio, in effetti però, offrì lo status di cittadini romani alle tribù della Gallia».
Professore, legge una forzatura in questo accostamento a Tiberio?
« Galli erano già romanizzati quando l’imperatore li fece diventare cittadini romani. Se vogliamo stare al paragone, non si può mica aspettare che i cinesi siano italianizzati».
Contrario alla cittadinanza italiana per i cinesi?
«All’opposto, sono d’accordo che venga data loro questa possibilità. Ma se queste persone vanno “educate” alle nostre leggi, allora vanno educati anche gli italiani che evadono, fanno i furbi e sporcano per terra... Capisco che Rossi abbia preso a cuore la situazione dopo la tragedia di Prato ma non deve dare lezioni di storia, solo preoccuparsi che le leggi vigenti vengano applicate. Non servono norme speciali, basta fare in modo che le regole esistenti vengano applicate, appunto. E poi, se proprio vogliamo buttarla sulla storia romana…»
Ci spieghi meglio.
«La storia ci insegna che ai Galli la cittadinanza romana arrivò dopo un lungo percorso che aveva visto anche dei momenti di repressione. Forse Rossi dimentica che prima di Tiberio Giulio Cesare aveva fatto il genocidio dei Galli. Per carità, nessuno vuole un genocidio dei cinesi che al loro paese non possono tornare perché, diciamocela tutta, di loro abbiamo bisogno. E’ necessario un capillare lavoro di controllo e di repressione perché si diventa cittadini anche così, con l'educazione in modo coercitivo alle leggi. Tutta roba che andava fatta 10-15 anni fa. Ora è troppo tardi».
E’ d’accordo dunque con l’assessore-sceriffo?
«Deve fare più l’assessore, meno lo sceriffo. Non mi sono mai piaciuti gli sceriffi, un assessore deve fare semplicemente il suo dovere. Chi reprime e fa rispettare la legge non è nazista o stalinista. Il punto è che la questione cinese è stata affrontata in questi anni dividendosi tra buonisti, per i quali gli immigrati cinesi erano “poverini”, e cattivisti, quelli che volevano cacciarli via. Hanno perso tutte e due le categorie. Ora è inutile piangersi addosso dopo la strage. In questi giorni ho sentito i pratesi suonare la grancassa, di fronte ai cinesi che sfruttano i loro connazionali. Ma i profitti di tale sfruttamento in che mani vanno a finire?»
LA REPLICA DEL PRESIDENTE ROSSI
Gentile professore,
non sono uno storico, ma casualmente conosco questo bellissimo discorso di Tiberio Claudio che per tanti aspetti potrebbe costituire la linea di indirizzo politico per un programma di integrazione di concessione della cittadinanza ai ragazzi e ai lavoratori stranieri. Grazie comunque per l'attenzione
con grande stima e rispetto
Enrico Rossi
«I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tusculo e, se lasciamo da parte i tempi più antichi, dall'Etruria, dalla Lucania e da tutta l'Italia. L'Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo i singoli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all'interno, sviluppando tutta la nostra forza contro nemici esterni, proprio allora quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l'impero stremato, assimilando le forze più valide delle province, dietro il pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. C'è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell'amore verso questa nostra patria. Cos'altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un'improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s'è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i plebei, degli altri popoli d'Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi». (discorso liberamente parafrasato in Tacito, Annali, XI, 24)
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