Il dolore
Veronesi: «Devono rispettare le leggi»
Il regista e sceneggiatore è convinto che ci siano ancora i modi per integrare la comunità cinese
PRATO. «Me l'aspettavo da un momento all'altro e se non è successo già dieci anni fa è stato per puro culo». Giovanni Veronesi, pratese, regista e sceneggiatore fra i più noti del cinema italiano, che da una ventina di anni si è trasferito a Roma, vive con sgomento la tragedia del primo dicembre con i sette operai cinesi morti carbonizzati. «Bruciati come ciocchi di legno. E' una vergogna e non riesco a capacitarmi sul fatto che nessuno riesca a fare niente per risolvere il problema - continua Giovanni Veronesi - In che razza di schiavitù vivono queste persone? Anche quando sento che qualcuno se ne sta occupando, dopo due o tre tentativi desiste. Perché? Perché non si riesce a fare nulla? Io non ci credo che non sia possibile riportarli tutti nella legalità».
Ma, da quanto riferiscono anche i cinesi ormai integrati, nessuno di loro li ritiene degli schiavi. «Quando siamo disperati accettiamo qualsiasi lavoro. Anche i nostri emigrati in Belgio andavano a lavorare in miniera in condizioni disumane e ci sono morti, ma noi quella fase lì l'abbiamo superata con anni di lotte sindacali. Abbiamo fatto tante battaglie per la dignità della persona e dei lavoratori e ora non possono arrivare i cinesi e farci tornare indietro di duecento anni - continua il regista e sceneggiatore - Noi la nostra mafia ce l'abbiamo già, non abbiamo bisogno anche di quella cinese. La loro cultura è diversa dalla nostra ma vivono in Italia e devono accettare le nostre leggi. In Cina potranno anche sentirsi liberi di lavorare per un euro l'ora e di mangiare e dormire nello stesso capannone, ma da noi è inaccettabile».
Giovanni Veronesi si concede una pausa nella lavorazione del suo film "Una donna per amico" che sarà nelle sale italiane nel prossimo mese di febbraio.
«Bisogna riuscire a regolare la vita di questa gente. E' un bene che facciamo a loro stessi - continua il regista sceneggiatore - Io non sono stupito tanto dalla tragedia che, come detto, me l'aspettavo, quanto dal fatto che nessuno di loro denuncia gli sfruttatori. Sono indignato per questo e non basta dire che hanno un'altra cultura. Anche a un cavallo se gli dai delle bastonate in testa alla fine ti ubbidisce. Nel nostro Paese decidiamo noi come si deve lavorare. Abbiamo anni di lotte e di sacrifici per la dignità del lavoro, non possiamo infilare la testa sotto terra come gli struzzi e fare finta di niente».
Qualcuno dice che se la repressione dovesse essere drastica molti cinesi potrebbero andarsene e Prato ne potrebbe subire le conseguenze sotto il profilo economico. «I pratesi hanno mille risorse. Se i cinesi se ne dovessero andare i pratesi si inventeranno qualche altra cosa per mandare avanti la propria economia, anche se, sono convinto che quella in mano ai cinesi è solo una parte dell'economia pratese, non certo la totalità e quindi siccome i pratesi sono venuti fuori da tante crisi ne verrebbero fuori anche in questo caso».
«E poi, non è questo il modo di ragionare.
Non si può giustificare il fatto che sette persone siano morte carbonizzate per paura che l'economia possa avere un contraccolpo se si fanno rispettare le leggi - continua Veronesi - Questo è un momento storico e politico particolare, si può ricominciare. La caduta di Berlusconi rappresenta un momento di svolta per tutti, anche per gli immigrati. I cinesi sono una comunità intraprendente e riusciranno ad integrarsi cambiando le loro abitudini. Prato è una città che li ha accolti da tanto tempo e ora deve riuscire ad integrarli facendo rispettare loro le regole del lavoro».
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