Sicurezza
L’impotenza di due mondi che non riescono a parlarsi
I cinesi identificano i sette morti senza avvertire le autorità, l’ambasciatore fa una visita privata, il pasticcio delle due fiaccolate: tre indizi fanno una prova
PRATO. Se tre indizi fanno una prova, quella dell’incomunicabilità tra cinesi e italiani è arrivata ieri, e non è una buona notizia.
Primo indizio: le associazioni dei cinesi di Prato indicono una fiaccolata in memoria dei sette operai morti per ieri sera, martedì, e a stretto giro di posta i sindacati organizzato una marcia silenziosa per oggi pomeriggio. E’ un evidente doppione ma nessuno fa un passo indietro.
Secondo indizio: le stesse associazioni cinesi ieri fanno sapere informalmente di aver identificato tutti e sette morti della confezione Teresa Moda, ma nessuno avverte la Procura e solo nel tardo pomeriggio la console Wang Xinxia fa un salto in Questura per aggiornare la squadra mobile che su quei nomi si sta dannando l’anima da 48 ore.
Terzo indizio: lo stesso console, insieme al nuovo ambasciatore cinese a Roma, Li Ruiyu, appena arrivato in Italia, si presenta ieri mattina in ospedale per far visita ai due feriti ancora ricoverati, le cui condizioni stanno migliorando. La Prefettura non ne sa niente, Procura e Questura lo sanno a cose fatte, idem la Digos.
La questione dell’identificazione degli operai morti sembra quella più spinosa. In Procura non nascondono una certa irritazione per il diffondersi di certe voci. Da domenica pomeriggio tutte le energie sono protese a dare un nome a quei poveri resti e scoprire che c’è qualcuno che quei nomi li ha (o pensa di averli) senza degnarsi di avvisare tempestivamente le autorità italiane dà l’idea di due mondi che non si parlano e continuano a non parlarsi.
Ufficialmente il conto dei morti identificati è ancora fermo a due, un irregolare e una donna riconosciuta dal marito grazie a una catenina d’oro. Per avere un’identificazione ufficiale degli altri cinque bisognerà aspettare almeno oggi, ma le foto affisse ieri sera sul cancello della ditta parlano da sole.
La visita “fantasma” dell’ambasciatore cinese è più una questione di bon ton istituzionale, ma anche questa ha il suo peso. Dopo le ripetute promesse reciproche di dialogo tra autorità italiane e diplomatici cinesi, venire a sapere che il massimo rappresentante della Cina in Italia viene a Prato nell’occasione più importante senza che nessuno si degni di dare almeno un colpo di telefono può significare che certe promesse si fermano alle parole.
La doppia marcia-fiaccolata, invece, è l’immagine che purtroppo rimarrà a fotografare la diffidenza tra “noi” e “loro”, un’occasione persa per stringersi tutti insieme intorno al dolore per la perdita di sette esseri umani. La prova d’appello sarà in occasione dei funerali, ammesso che vengano fatti tutti insieme, non si sa con quali tempi e con quale forma.
Da un paio di giorni gli inquirenti che indagano sull’incendio della Teresa Moda dicono di trovarsi di fronte a testimoni reticenti e questo non fa che confermare il clima di diffidenza tra cinesi e italiani.A onor del vero non ha speso troppe parole nemmeno il proprietario italiano dell’immobile bruciato (vedi articolo a fianco). Ancora meno i sette cinesi che ieri, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, hanno aspettato pazientemente davanti all’ingresso del vecchio ospedale. Quasi certamente sono amici o parenti di una delle vittime del rogo, ma cavarne una parola è impresa superiore alle nostre possibilità.
Paolo Nencioni
Altri servizi alle pagg. 2 e 3
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