Sicurezza
Il caso Prato, l’illegalità è ovunque non solo nei pronto moda
Allarme per le altre fasi della filiera tessille. A rischio filature, tessiture e tintorie: ci sono aziende obsolete dove non si fanno investimenti e non c’è sicurezza
PRATO. La punta dell'iceberg è rappresentata da quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. E' il sistema dei pronto moda cinesi, dove si dorme, si mangia, si vive e si lavora. Ma il fenomeno dell'illegalità e della sicurezza sui luoghi di lavoro in quello che è uno dei distretti manifatturieri più importanti d’Europa non si ferma a questa fase della filiera dell'abbigliamento pratese.
I comportamenti al di fuori delle regole si stanno espandendo a macchia d'olio da monte a valle della filiera tessile. Il mercato richiede prezzi sempre più bassi e Prato annaspa nel tentativo di concorrere con i produttori degli altri paesi del mondo in cui il lavoro e la manodopera costano meno. La concorrenza di Cina e Turchia - che a Prato fa assai più paura perché più vicina ai mercati europei e più in grado di produrre qualità - sta portando gli imprenditori che lavorano a Prato a stringere la cinghia. Ormai da qualche anno.
E oggi tante aziende di Prato, in particolare quelle che lavorano contoterzi (che fanno cioè un prodotto per i committenti) sono sempre più obsolete a causa della razionalizzazione delle spese che hanno portato a tagliare quasi completamente gli investimenti. Si tratta di aziende i cui titolari reggono per arrivare all'età della pensione e che, a fine ciclo, stanno passando nelle mano di ex operai albanesi, pachistani e marocchini che toccano il loro sogno di mettersi in proprio e rilevano queste catapecchie del tessile trasformandosi in imprenditori.
Con gli stipendi da operaio del resto non si vive più e nella maggioranza dei casi si entra nella giungla del lavoro a termine, nel lavoro precario, nel lavoro a nero. A Prato gli addetti del settore tessile sono calati dai 25.000 di 10 anni fa ai 15.000 scarsi di oggi. In questa città ci sono circa 7.000 dipendenti in mobilità o cassa integrazione.
Una situazione di vita, anche per quegli immigrati che vivoo qui anche da 10-15 anni non sostenibile. Perché gli stranieri, anche quelli più integrati, a differenza dei pratesi non hanno qui, quella rete familiare, in grado di sostenere economicamente quelle famiglie risucchiate dalla crisi. E devono trovare una soluzione immediata per vivere, possibilmente una soluzione alternativa a rientrare nei loro paesi di orgine
Ed ecco quindi che una tessitura che chiude o una filatura che è sull'orlo del fallimento può essere un'ancora che può salvarli. Le ancore però portano a fondo. Queste aziende, in particolare le filature cardate, le tintorie e le stamperie, avrebbero bisogno di investimenti per garantirsi vita e sicurezza.
Invece in queste imprese le tariffe pagate dai committenti sono sempre più basse, gli orari di lavoro sempre più lunghi perché in 10 si deve fare il lavoro di 20, gli impianti di sicurezza delle macchine – troppo vecchie – inceppati o fermi per velocizzare le operazioni di lavoro. Gli operai sono o sempre più vecchi (ex operai italiani già in pensione) o giovani stranieri assai poco esperti e quindi soggetti a errori che mettono sempre più a rischio loro e i colleghi.
Nelle filature, si sa già, si tornerà a vedere le dita mozzate. Quasi un simbolo per la Prato degli anni Cinquanta. Mentre nelle tintorie e nelle stamperie si torneranno a vedere quelle malattie professionali oggi scomparse a causa dell'utilizzo di prodotti chimici acquistati a poco prezzo sul mercato nero. Spesso dall'area industriale del Macrolotto arrivano ai giornali telefonate che segnalano odori nauseabondi che fuoriescono da queste aziende che, in base ai resoconti deo controlli delle forze dell’ordine, risultano essere ben lontane dallo standard che Prato vorrebbe avere.
Il filatore Francesco Grassi ha 75 anni ben portati. Ed è da lui e da una manciata di suoi colleghi quasi coetanei che arriva, ormai da tempo, l'allarme su questa degenerazione del tessile. Sempre più simile a quello cinese (non cinese pratese ma cinese della Cina) e sempre più lontano dagli standard europei. «Il sacrificio e l'impegno – commenta – non bastano. I numeri sono numeri e le aziende per funzionare con efficienza devono raggiungere chiari livelli di fatturato (per le filature almeno 600mila euro all'anno ), avere determinati macchinari, fare un l'adeguata manutenzione e lavorare a tariffe congrue. Ci sono cifre, a cui non si può lavorare. Se vengono applicate significa che non si pagano i contributi e non si rispettano gli standard di sicurezza. E' ovvio e non possono esserci interpretazioni». Il danno per Prato è doppio: chi ha aziende sane e rispetta le regole viene espulso dal mercato da questi concorrenti sleali che mettono a rischio il distretto, la qualità e i loro operai. E un po’ la stessa situazione che si intravedeva quando i cinesi cominciarono ad aprire i primi pronto moda. E’ l’allargamento di un fenomeno che oggi ha destato dolore e rabbia. O stupore ma questo solo tra chi non vive Prato.
Grassi conosce bene la fase della filatura cardata, un tempo fiore all'occhiello della città. «In base a una recente indagine della Camera di commercio e delle associazioni di categoria - spiega - sono rimaste 82 filature cardate. Il 32% è al di sotto dei 400mila euro di fatturato , il 3% sotto i 100mila euro: questo significa che non sono in grado, dati i costi da sostenere per questo tipo di aziende, di poter fare molto. Se si tolgono anche quelle partecipate dai lanifici si scopre che di filature terziste in teoria solide ne rimangono appena 40. Troppo poche per Prato, praticamente niente. E, se costrette a sopportare la concorrenza sleale dei colleghi, saranno le prime a chiudere. Come si sostiene la concorrenza di chi non paga, di chi non rispetta le norme di sicurezza e di chi non lavora sistematicamente sottocosto?»
«E’ necessario – aggiunge l'imprenditore - che Unione industriale pratese e sindacati si mettano a tutelare con decisione quelle aziende che rispettano le regole. Credo debbano insistere con le istituzioni e con lo Stato, primo responsabile dei pochi e spuntati controlli, senza mollare mai, affinché vengano fatte verifiche serie. Non è possibile che ci siano imprese obsolete e fatiscenti che chiudono perché in dissesto e che vengono riprese, senza investimento alcuno, da titolari più o meno improvvisati. E che questo accada senza che nessun organo di controllo vada a verificare qual è la situazione. E' un problema economico ma anche, e lo dimostra la tragedia di questi giorni, un problema sociale”.
“In queste fasi di lavorazioni del tessile – conclude Grassi - siamo alla nascita di un fenomeno che porterà a creare nuovi schiavi. Italiani e stranieri. Se non si interviene oggi, la situazione scapperà di mano proprio com'è successo con i pronto moda. E poi ci troveremo difronte a nuove tragedie ma con un bubbone ancora più grande».
Un tema, quello dell'illegalità, caro anche ad Adriano Bellu, imprenditore titolare di un tintoria.
«Anche nelle tintorie – sostiene Adriano Bellu - ci sono problemi seri di sicurezza. Io non sono poi così sicuro che non si dorma anche nelle tintorie e nelle stamperie. Anche lì ci sono clandestini, ci sono dipendenti con salari part time che invece lavorano ore e ore. E anche in queste aziende le irregolarità sono tante: nelle tintorie è necessario, per avere, l'autorizzazione integrata ambientale, che i macchinari non raggiungano più di 150 gradi. Loro rispettano questi limiti? Non posso dirlo con certezza ma so invece, per averlo visto più volte, che puliscono i filtri della stamperia con prodotti che sono proibiti in Italia” .
«C’è questo rischio - conferma Andrea Cavicchi, presidente dell’Unione industriale pratese - perché nei territori dove c’è una presenza di forte illegalità anche le altre aziende vengono invogliate a seguire questa strada e vengono attratte imprese che non hanno intenzione di rispettare le norme civili. Prato è un distretto che ha anche grandi imprese di eccellenza che non possono rischiare di rovinare l’immagine di tutto il distretto: per questo è necessario che l’intervento degli organi di controlli sia efficace, continuativo e non legato solo all’emergenza. Oltre che proporzionato alle dimensioni del distretto».
E solo se si riuscirà a limitare la degenerazione di comportamenti l’Italia potrà avere una manifattura dell’eccellenza capace di competere con il resto del mondo. Sui diritti e sulla legalità.
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