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Prato, il comandante della Finanza: «Niente potrà essere più come prima»

di Fiammetta Cupellaro
Prato, il comandante della Finanza: «Niente potrà essere più come prima»

Il colonnello Gino Reolon è stato chiamato ad indagare sui retroscena della vita finanziaria e imprenditoriale della “Teresa Moda”. «Centinaia di controlli nelle imprese cinesi, ma a Prato sono oltre cinquemila»

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PRATO. «Dopo la strage alla "Teresa Moda" a Prato penso che niente potrà essere come prima». E’ addolorato, ma determinato il comandante provinciale della Guardia di finanza di Prato, il colonnello Gino Reolon. Spetterà a lui svelare i retroscena della vita finanziaria e imprenditoriale di quell’azienda che produceva quintali di capi d’abbigliamento, ma che denunciava di avere un solo dipendente in regola e pagando tutti gli altri, 15 euro al giorno. Per quella cifra sono morti in sette. Accanto all’inchiesta sul rogo, la procura di Prato ha esteso gli accertamenti sul giro di affari condotti dalla "Teresa Moda", sui suoi committenti italiani e cinesi, sul giro di appalti e subappalti e sui contratti. Cominciando dal contratto di affitto del capannone di via Toscana fatto di cartongesso e sbriciolato in un attimo, di proprietà di un italiano.

Colonnello, ci volevano sette morti per far emergere l’orrore dello sfruttamento della manodopera cinese?
«Siamo di fronte ad una tragedia che ci ha annichilito e su cui c’è l’impegno di tutti a scoprire le responsabilità. Ma le condizioni in cui vivono molti operai cinesi a Prato erano già emerse nel corso di numerosi controlli compiuti non solo dalla Finanza, ma anche dalle altre forze di polizia. Sono state denunciate ed espulse decine di persone per sfruttamento della manodopera e per truffa, sequestrate numerose ditte per gli stessi motivi, ma a Prato le aziende in mano a proprietari cinesi sono oltre 5mila, un caso unico in Italia, e quasi nessuna è mai stata trovata in regola».

Alla "Teresa Moda" c’erano stati controlli ultimamente?
«No. Ma i controlli nel settore tessile sono quotidiani. Dal 2010 al 2013 i sopralluoghi condotti dalla Finanza di Prato sono stati migliaia, le verifiche fiscali e contabili agli imprenditori cinesi, circa 600, hanno fatto emergere un’evasione di 250milioni di euro. Sono stati fatti anche tentativi di creare una rete con la Confcommercio e l’Ascom coinvolgendo il Consolato cinese a Firenze».

Allora, come è possibile che in un territorio così monitorato, ci possano essere ancora fabbriche-lager?
«Molte aziende cinesi a Prato aprono e chiudono nel giro di poco. Addirittura di qualche mese: cambiano nome e proprietà, ma i committenti sono gli stessi. Il tempo di effettuare un sopralluogo, emettere un provvedimento di sequestro, torniamo e spesso la fabbrica è già deserta».

Si riuscirà a trovare il filo del denaro e degli affari, che hanno costretto quei giovani cinesi a vivere e a morire accanto alla taglia e cuci?

«Noi, insieme alla Procura abbiamo già cominciato a cercare le risposte».

 

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