Sicurezza
Nel giorno del dolore scatta il blitz
Controllo a una confezione “gemella” di quella in cui sono morti sette operai cinesi, ma Tony avverte: «Non basta»
PRATO. Un paio di carri funebri sono rimasti fino a ieri mattina davanti alla Teresa Moda, la fabbrica dove sono morti sette operai cinesi (cinque uomini e due donne) nell’incendio di domenica, ma all’ora di pranzo si è capito che per fortuna non sarebbero arrivate altre brutte notizie dall’ammasso di tessuti inceneriti rimasto dentro la fabbrica.
Fuori, sferzati dal vento di tramontana, decine di curiosi, telecamere e cronisti hanno raccolto le ultime dichiarazioni di politici, sindacalisti e amministratori (il sindaco Cenni, gli assessori Silli e Milone, il consigliere regionale Donzelli di Fratelli d’Italia che ha deposto un mazzo di fiori «in memoria delle vittime del buonismo», il segretario dei tessili Cgil Brezzo).
Le telecamere si sono disperse solo quando si è sparsa la voce che in quegli stessi minuti la Squadra interforze stava facendo uno dei suoi periodici controlli in una confezione cinese, in via delle Fonti. Per chi non è avvezzo a queste cose è parsa un’occasione d’oro per documentare come vivono e lavorano quelli che alcuni chiamano schiavi e in realtà sono “solo” lavoratori sfruttati. Non è escluso che il controllo sia servito anche a questo, cioè a far vedere, col beneficio dei riflettori, che a Prato certi controlli si fanno, ma bisogna anche credere a chi ha spiegato che si è trattato di un controllo programmato da tempo. Il caso ha voluto che la confezione cinese visitata ieri sia una sorella gemella di quella bruciata domenica: 11 dipendenti, due irregolari, anche qui la titolare irreperibile.
Ma poche centinaia di metri più in là, all’ora di pranzo, qualcuno ha detto chiaro e tondo che questi controlli non bastano. Il procuratore capo Piero Tony, facendo il punto sulle indagini, ha sostenuto che i controlli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro sono insufficienti, perché le aziende da controllare sono tante e le risorse umane troppo poche.
Molti lo vanno ripetendo da anni. Quasi tutti danno loro ragione, ma quei pochi che, a Roma, hanno il potere di potenziare le risorse sono proprio quelli che invece non sono d’accordo. O semplicemente fanno i conti coi pochi soldi a disposizione nelle casse statali.
E così lo sforzo compiuto dalla Prefettura, che nel pomeriggio ha snocciolato le cifre dei controlli sulle confezioni rischia di essere un esercizio scolastico: 1.400 immobili controllati negli ultimi quattro anni (in pratica uno al giorno) 26.000 macchine da cucire sequestrate, 600 immobili sequestrati, 1.600 sanzioni amministrative. Sarebbe ingeneroso dire che è una goccia nel mare, ma quello che conta, in questa faccenda, è il rapporto tra la vita media di un’azienda e la possibilità che durante questa vita media l’azienda sia controllata. Se una confezione, come accade spesso, campa solo due o tre anni, questa possibilità si riduce a percentuali irrisorie e dunque il titolare è incentivato a far lavorare operai al nero o senza permesso di soggiorno, a farli dormire dentro la fabbrica, a non adeguare l’impianto elettrico. E allora forse ha ragione il segretario della Filctem Massimiliano Brezzo quando dice che bisogna agire alla radice, intervenendo sui flussi di tessuti in arrivo dalla Cina, sui furgoncini che li trasportano tra un’azienda all’altra, anziché andare avanti a colpi di blitz. (p.n.)
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