Finanza
Manzione: “La repressione non basta, Prato è troppo compromessa”
Il sottosegretario agli Interni, ex procuratore capo a Lucca, Domenico Manzione, spiega su quali fronti interverrà il governo: repressione, integrazione e relazioni tra gli Stati
PRATO. Domenico Manzione sottosegretario agli Interni con delega all'immigrazione. Ci volevano sette morti perché il governo diventasse consapevole delle condizioni di vita e lavoro del distretto parallelo cinese di Prato?
"Per me non è una novità, ho fatto il magistrato in un distretto limitrofo (Lucca, ex procuratore capo ndr) e non di rado mi sono imbattuto in situazioni analoghe a quelle di Prato anche se numericamente meno importanti. Non so che consapevolezza avesse prima il governo, so che ora è piena. Ovviamente è compito di chi come me viene da situazione simili, accrescere il più possibile la coscienza del fenomeno da parte del governo".
Una volta diventati consapevoli, si agisce. E' quello che ha intenzione di fare il governo?
"Di fronte a fatti di questo genere la prima cosa che si pensa di fare è di aumentare le attività repressive affinchè diventino più efficaci sul territorio: quindi più uomini, più mezzi e più controlli. Mi chiedo però se in questo particolare caso di Prato sia sufficiente".
Lo è?
"Parlo da magistrato che ha conosciuto il problema dello sfruttamento cinese: l'operaio alla macchina da cucire con accanto la scodella di riso e a un metro la brandina vive sostanzialmente una forma di schiavitù, anche se spesso volontaria. Il problema è serio perché a Prato la situazione ha dimensione tale da richiedere uno sforzo più collegiale. Prima tra tutte c'è necessità di relazioni internazionali più stringenti perché spesso i cinesi entrano in Italia con il visto turistico e poi entrano il clandestinità. Poi c'è un problema di mancata integrazione che viene ancora da più lontano e sottovalutato nel tempo".
Sono migliaia ormai a Prato le aziende cinese.
"I nostri numeri raccontano di 4mila aziende tessili cinesi su un totale di 6-7mila e con un modo di operare molto particolare: ne chiude una e ne nasce un'altra di fianco, spesso con le stesse persone. Per questo i controlli, indispensabili per chiudere uno stabilimento che opera nell'illegalità e liberare i lavoratori schiavizzati, non possono bastare da soli".
Cosa serve allora?
"C'è necessità di ripensare tutto, perché la questione si pone in termini culturali quindi la strada da percorrere è anche quella dell'integrazione . E so bene che con le comunità cinesi è difficile trovare un punto di contatto".
Gli italiani non hanno responsabilità?
"Stavo appunto arrivando a questo. Dobbiamo cambiare anche noi e assumerci qualche responsabilità. Se il distretto è cresciuto così tanto questo è avvenuto perchè tanti cinesi sono arrivati a Prato ma anche perché la comunità italiana ha consentito loro di crescere. È evidente che un nuovo target commerciale che cresce impetuosamente all'interno di un distretto crei alla fine dei problemi. Inoltre la situazione è ormai così stratificata che per cambiare qualcosa nell'atteggiamento degli ospitati e degli ospitanti, ci vorrà molto tempo".
Una domanda all'ex magistrato: non è possibile avviare un percorso per responsabilizzare maggiormente i proprietari di capannoni che affittano ai cinesi con contratti spesso non del tutto trasparenti e senza alcun obbligo di controllo successivo?
"È da vedere bene. Se affitto la mia casa a una prostituta, non per questo ho aperto un postribolo. La responsabilità del locatore può entrare in gioco a seconda degli elementi che emergono. Certo, vista la situazione, su Prato la soglia potrebbe essere abbassata ed entro un certo limite aumentato il coinvolgimento di chi affitta".
Il governo ha intenzione di avviare subito quello che in molti chiamano il coordinamento per le politiche del distretto, insomma il gruppo interministeriale promesso dal ministro Alfano?
"Il governo non ha la bacchetta magica ma può sicuramente muoversi lungo tre filoni: nei rapporti con la Cina, garantendo a Prato più controlli quindi sul fronte della repressione e favorendo un integrazione consapevole. Dal gruppo interministeriale inizierà il percorso per individuare soluzioni e il mio ruolo sarà proprio di sollecitare l'apparato ministeriale ".
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