Sicurezza
La filatura cardata non parla più solamente il pratese
Gli operai stranieri hanno cominciato a rilevare le aziende La storia di Alì Rafaquat: da dipendente a imprenditore
di Ilenia Reali
PRATO
Non è vero che nessuno scommette più sul cardato. La stoffa tipica del distretto laniero però non ha più solamente la "c" aspirata dei toscani. Da qualche mese le filature cardate hanno anche titolari stranieri. La ex filatura Azeliofil, ora Santa Benedetta, è stata rilevata da Alì Rafaquat, un trentanovenne di origine pachistana arrivato a Prato nel 1998. Un'esperienza ultradecennale in filatura e poi, la scelta dopo aver perso l'ennesimo lavoro da dipendente per la crisi, di mettersi in proprio. Contro tutti.
E non è neppure il solo straniero che investe in questo settore considerato quasi perso della filiera tessile. Almeno altre due filature, la Ex Bali di Calenzano e "La Macine" a Capalle, negli ultimi mesi sono passate di mano e cedute a giovani imprenditori di origine albanese. Trattative sarebbero inoltre già in corso anche per una quarta filatura cardata che opera a Prato.
La Santa Benedetta oggi, a circa un anno dal cambio di gestione, ha 10 dipendenti e Alì, nonostante le difficoltà, è convinto che riuscirà ad andare avanti complice l'impegno e il sacrificio che a lui - padre di 5 figli - non mancheranno.
Un coraggio da leone, quello del pachistano, alla luce dei dati emersi dall'ultima indagine effettuata dalla Camera di Commercio e dalle associazioni di categoria che dimostrano come le filature rimaste siano poco più di un'ottantina e, poche, con un futuro davanti. Del resto i "senior pratesi" titolari di questa fase di lavorazione non hanno dubbi: non c'è remunerazione e chi non ha anni di lavoro e di "accantonamento di risorse" alle spalle non può resistere su un mercato che non paga a sufficienza i contoterzisti. Almeno che non si lavori facendo concorrenza sleale e chiudendo un occhio sulle regole o, si decida una volta per tutte, di prendere in mano la situazione e cominciare a collaborare tra imprenditori, filatori con filatori, committenti con terzisti .
Alì in Pakistan era geometra. «Fu mio fratello - racconta - a venire per primo in Italia. A Prato trovò lavoro come cardatore. Guadagnava tanti soldi, rispetto agli stipendi del Pakistan un'enormità. Decisi quindi di partire anch'io: mi inviò il contratto e all'Ambasciata partii già col permesso di soggiorno in tasca. Ho lavorato alla filatura Meoni di Poggio a Caiano, poi alla Gima. Alla fine sono rimasto disoccupato e mi si sono presentate due alternative: andare in Tunisia dove dei pratesi trasferivano la filatura oppure rilevare quest'azienda. I miei figli vanno a scuola qui e ho scelto di rimanere in Italia. Non volevo spostarmi di nuovo: questo paese mi ha dato molto. Nei tempi migliori guadagnavo anche 2.500 euro al mese per noi sono cifre altissime».
Adesso però Berta non fila più. E anche Alì, pratese d'adozione, lo sa bene. «I primi mesi è stata dura con le rate da pagare al vecchio proprietario. E anche adesso tra tasse, contributi e affitto è dura. Il commercialista quando dissi che avrei rilevato l'azienda mi sconsigliò: mi disse non ce la farai, chiudono anche quelli che hanno anni di lavoro alle spalle. Ma io ho le braccia robuste e voglio fare tutto in regola: pago le tasse e i contributi (i lanificio ora chiedono tutti il Durc , il documento di regolarità contributiva, per evitare di pagare per i loro terzisti) e, so che se non faccio le cose rispettando tutte le leggi, la mia vita sarebbe dura e la mia azienda non avrebbe un futuro».
GUARDA IL VIDEO
E COMMENTA
WWW.ILTIRRENO.IT/PRATO
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
