Il dolore
«I cinesi assumano per legge italiani»
Monica Castro, capogruppo Pdl di Calenzano, rilancia la sua proposta per l’occupazione
PRATO. La proposta è di tre anni fa, ma è tornata in auge in questi giorni dopo il servizio di Piazza Pulita sul “distretto parallelo” di Prato, quello delle aziende di abbigliamento cinesi. Monica Castro è capogruppo del Popolo delle Libertà («Pdl, non Forza Italia», precisa) a Calenzano e all’epoca era segretaria del sindacato Ugl di Prato. Aveva proposto di far assumere per legge alle aziende cinesi una quota obbligatoria di lavoratori italiani. A rilanciare la sua idea è Il Giornale, con un lungo articolo dove la quota viene fissata al 30 per cento: un lavoratore italiano ogni tre assunzioni.«Sono sicura che un provvedimento mirato all’occupazione italiana nelle aziende cinesi - dice Castro - potrebbe rispondere ad almeno due esigenze: quella di dare un po’ di lavoro ai giovani italiani e quella di garantire un maggiore controllo di legalità all’interno delle imprese cinesi, dato che gli italiani avrebbero sicuramente meno remore a denunciare situazioni di sfruttamento e irregolarità».«L’idea - spiega Castro - mi è venuta quando ero segretaria Ugl a Prato. Parlando con un imprenditore italiano che aveva aperto una ditta in Cina, mi aveva raccontato che in quel Paese vige l’obbligo per gli imprenditori stranieri di trovarsi un socio locale. Allora ho pensato che un simile meccanismo da noi potrebbe funzionare allo stesso modo, ma per i lavoratori. Spero che qualche parlamentare decida di trasformare questa mia proposta in un disegno di legge».L'assessore alla sicurezza Aldo Milone, che ha legato il suo nome alla lotta all'illegalità nelle imprese cinesi di Prato, commenta favorevolmente lo spirito della proposta di Monica Castro, ma la passa attraverso un doppio filtro di realtà. «Comprendo l'intenzione di Monica - dice Milone - e la giudico positivamente, ma ci vedo almeno due problemi di fattibilità». Il primo: il Parlamento assai difficilmente potrebbe approvare una legge del genere, che andrebbe inoltre estesa alle aziende di tutti gli stranieri indipendentemente dalla nazionalità. Il secondo: «L'applicazione di una simile norma - spiega Milone - riguarderebbe solo quelle aziende che già operano nelle regole e alla luce del sole. Mentre il problema più drammatico si concentra in quei capannoni dove le persone lavorano in condizioni ai limiti della schiavitù, aziende dormitorio in cui si lavora giorno e notte, dove i lavoratori sono sottopagati e nel 99% dei casi in nero. In molti casi sono persone che non hanno neanche i documenti di soggiorno».
«Queste aziende - prosegue Milone - delle leggi se ne fregano e, se mi è consentito di fare un ragionamento paradossale, non possono rispettare le leggi e mettere in regola i loro lavoratori perché altrimenti, dati i prodotti scadenti che producono e che vendono a bassissimo costo, andrebbero fuori mercato».
Danilo Fastelli
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