Il Tirreno

Prato

«In corsia più capacità e umanità»

di Barbara Burzi
«In corsia più capacità e umanità»

Muore il marito, la protesta della moglie. Il ruolo dell’assistenza psicologica

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PRATO. Di fronte al caso di un uomo colpito da una malattia incurabile, il senso di impotenza di chi gli sta accanto cresce ogni giorno di più trasformandosi in una lotta contro il tempo, coi minuti contati, in cui ogni azione può rivelarsi decisiva per dare al paziente la possibilità di vivere un po’ più a lungo. Obiettivo mancato nel caso di un uomo di 79 anni, malato di tumore al polmone, morto nei giorni scorsi dopo essere stato ricoverato in ospedale a causa di un’infezione.

Al malato oncologico non avevano lasciato alcuna speranza di guarigione, ma secondo la moglie del signor Giuseppe, ormai vedova, la malattia avrebbe subito un’accelerazione a causa di scelte terapiche e un’assistenza poco adeguate alla sua condizione. L’uomo, infatti, era tenuto sotto controllo dal reparto di oncologia ma era degente in Medicina da cui è stato dimesso dopo tre settimane. È morto circa un mese dopo. «Qualche mese in più per me avrebbe voluto dire molto», continua a ripetere Nella. Incolpa i medici di non aver somministrato le cure giuste, causa principale di un indebolimento generale del fisico che avrebbe condotto il paziente verso la malnutrizione. A fare da cornice al quadro sanitario dipinto dalla vedova, la mancanza di sensibilità dimostrata nell’occasione, da un medico in particolare, nei confronti dei familiari. «Certe affermazioni hanno urtato la mia sensibilità e quella di mia figlia - racconta - a maggior ragione perché non ti aspetteresti mai di sentirle pronunciare dal medico di un ospedale».

La storia raccontata dalla signora Nella è emblematica della difficoltà nel riconoscere il confine tra mancanza di rispetto e volontà di non creare illusioni, tra cura e accanimento terapeutico. Che dietro le accuse mosse dalla donna ci sia anche una forte componente emotiva è evidente, per questo all’interno dell’ospedale di Prato è attivo ormai da 14 anni un servizio di sostegno psicologico che si è strutturato in percorso psiconcologico.

Un protocollo ormai consolidato che arriva a garantire una copertura psicologica in oncologia di tre giorni alla settimana e che interessa tutto il percorso, dalla comunicazione della diagnosi della malattia fino alla gestione del lutto intervenendo anche nel rapporto tra medico e familiari. «Siamo presenti sia in reparto che negli spazi di day hospital - dice la direttrice di psicologia del dipartimento di Salute mentale Giuliana Missio - per capirsi, dove viene effettuata la chemioterapia. Collaboriamo anche col personale medico infermieristico mettendolo a conoscenza dei bisogni clinici del paziente attraverso una serie di indicazioni che vengono integrate alla cartella clinica». La rabbia e l’aggressività che in alcuni casi possono manifestarsi tra i familiari incattiviti contro il medico che avrebbe potuto fare di più, sono dovute principalmente «all’illusione di poter prolungare la vita di una persona cara - spiega - caso in cui c’è bisogno di un supporto psicologico che generalmente emerge dopo la perdita». «La difficoltà ad accettare la morte di un nostro caro può compromettere anche le relazioni affettive perché l’esperienza del lutto - - prosegue la dottoressa - arriva a toccare le parti viscerali dell’essere umano creando i presupposti per tensioni familiari che cerchiamo di risolvere con un intervento di mediazione». In presenza di comportamenti pre-patologici è bene, secondo la psicologa, intraprendere un percorso personale di sostegno psicologico.

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