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Aziende di stoccaggio dei cenci nel mirino della Procura
Controlli su chi stocca i tessuti e gli abiti usati. Irregolarità diffuse: "I vestiti non vengono sterilizzati"
PRATO. Decine di aziende di stoccaggio e di selezione di tessuti e abiti usati nel mirino della Procura. Corpo forestale, Arpat, Agenzia delle Dogane sono al lavoro nel quadro di un'inchiesta svolta in varie località italiane sulle modalità di trattamento di scarti e recuperi tessili e i reati ipotizzati riguardano anche la violazione delle norme sul trasporto e il trattamento di rifiuti.
Buona parte della quindicina di aziende sottoposta a controlli è risultata fuori norma e le sanzioni vanno dal sequestro degli impianti a sanzioni amministrative che possono ammontare a svariate migliaia di euro. Tutto è nato da una serie di controlli ancora in corso sulle tante aziende, oltre 150 nel distretto pratese, che gestiscono la raccolta e lo stoccaggio di indumenti usati, accessori di abbigliamento ed altri prodotti tessili confezionati provenienti dalla raccolta differenziata o dagli scarti di lavorazione. La gestione di questi materiali (che la legge considera rifiuti) avviene, nella maggior parte dei casi, in aziende classificate come impianti di recupero di rifiuti speciali non pericolosi che destinano la loro produzione al riutilizzo, oppure alla realizzazione di materie prime secondarie per l'industria tessile. Si tratta di rifiuti costituiti da indumenti usati mescolati a scarpe, borse, cinture, ma anche ad altri materiali come grucce, carta, cartone, plastica.
Le irregolarità contestate riguardano due aspetti diversi. Il primo è costituito dal sistema di trasporto adottato: «In molti casi - spiega Luciano Giovannelli, responsabile dell'Arpat di Prato - vengono utilizzati camion non autorizzati al trasporto dei rifiuti, guidati da personale non iscritto allo speciale albo degli autotrasportatori e che non compilano il formulario che deve essere utilizzato in occasione di ogni trasporto».
Ma queste sono le violazioni, per così dire, meno gravi. L'aspetto più preoccupante, dato che il sistema di queste aziende coinvolge diverse centinaia di addetti nella nostra zona, è costituito dal processo di igienizzazione a cui devono essere sottoposti questi materiali, per abbattere la presenza di colibatteri fecali e di altre sostanze. La legge prevede infatti, spiega Giovannelli, che dopo il primo stoccaggio, questi materiali debbano essere igienizzati prima di essere trasferiti ad altri operatori per la cernita e lavorazione, ma anche per il semplice stoccaggio. Ne consegue che le aziende si sono munite (o avrebbero dovuto farlo) di macchinari adatti all'igienizzazione.
Ma non tutti, evidentemente, hanno dei macchinari adatti a rispettare i parametri microbiologici imposti dalla legge, o, se li hanno, non li utilizzano, anche perché il costo dell'operazione di igienizzazione è rilevante e rischia di mettere in crisi l’intera filiera del riciclo di tessuti e indumenti usati.
Per contattare l'autore di questo articolo scrivete a c.bartoli@iltirreno.it
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