Il Tirreno

Prato

Di quel fiume di denaro è rimasto solo un rivolo

di Paolo Nencioni
Di quel fiume di denaro è rimasto solo un rivolo

A tre anni e mezzo dai primi arresti per l’esportazione di 4,5 miliardi in Cina il processo non è all’orizzonte e molti reati rischiano di cadere in prescrizione

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PRATO. Le auto potenti sono veloci, ma spesso anche difficili da guidare. Succede lo stesso per le inchieste giudiziarie con centinaia di indagati, che partono con l’ambizione di esaurire un tema e sfociano in maxi-processi molto complicati da gestire. Sta succedendo nel caso dell’esportazione di capitali cinesi dall’Italia alla Cina, da Prato a Whenzhou, la più importante inchiesta mai istruita nel nostro paese dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze a partire dal 2007 e sfociata lo scorso mese di maggio in un avviso di chiusura indagini recapitato alla bellezza di 287 indagati, per la stragrande maggioranza cinesi. Un’inchiesta che fece scalpore nel giugno di tre anni fa, quando grazie al sostituto procuratore Pietro Suchan e alla guardia di finanza scoprimmo che dal 2006 al 2010 avevano preso il volo verso la Cina quattro miliardi e mezzo di euro in centinaia di migliaia di micro-trasferimenti via money transfer per non rendere identificabile il mittente e, in sostanza, dissero gli inquirenti, per evadere le tasse.

Che cosa resterà di questa inchiesta? Sul piano penale, forse non molto. A quasi sei mesi dalla chiusura formale delle indagini, l’udienza preliminare non è all’orizzonte. Ognuno delle decine e decine di indagati ha diritto a essere interrogato dal pubblico ministero. Non tutti lo faranno, ma già così le procedure si allungano. Gli interrogatori sono in corso e andranno avanti un bel po’. Ci sarà poi da fissare l’udienza preliminare e bisognerà superare lo scoglio delle eccezioni formali, difetti di notifica, eventuali nullità degli atti. Accade quasi sempre in processi con una manciata di imputati, figurarsi con quasi trecento.

Uno degli avvocati difensori calcola che il processo non potrà iniziare prima del 2015 e non potrà durare meno di un anno. Probabilmente è una previsione ottimistica. Ma anche così è facile ipotizzare un concreto rischio di prescrizione. Tutti coloro che non sono accusati di associazione a delinquere (e sono la grande maggioranza) possono lucrare sui tempi lunghi: il giudizio di terzo grado di questo processo arriverà non prima di qualche anno. E anche quelli chiamati a discolparsi dalle accuse più gravi hanno qualche asso nella manica. Non sarà facile dimostrare in aula che un confezionista cinese, per fare l’esempio più comune, fosse cosciente di agevolare un’associazione mafiosa (il sodalizio italo-cinese tra le famiglie Cai e Bolzonaro), come ipotizza la Dda, quando spediva in Cina un milione di euro per acquistare una partita di tessuti che voleva rivendere al nero.

E allora il rischio che tutto finisca in una bolla di sapone diventa concreto, nonostante l’impegno dei marescialli delle Fiamme gialle che dal 2007 spulciano in quel vaso di Pandora che è l’inchiesta “Cian Liu” (fiume di denaro) e i due filoni successivi “Cian Ba” (diga sul fiume). I conti li hanno fatti al centesimo e il totale dà un senso di vertigine: 4.501.189.227,58 euro. Questa la cifra transitata dal 2006 al 2010 nei quattordici sportelli della catena Money2Money della famiglia bolognese Bolzonaro, poi entrata in società con la famiglia cinese Cai che garantiva l’afflusso di contanti. Dal solo sportello “Sweet Point” di via Filzi a Prato sono partiti 1.077.798.070 euro (leggi: più di un miliardo), ma ora si scopre che non era quello il pozzo più profondo. Da “J.&C.” di via Principe Umberto a Roma ne sono partiti nello stesso periodo 1.245.690.725. Dalla sola Prato, compreso lo sportello “Libreria Ou Hua” di via Cavour coi suoi 356 milioni, è partito quasi un terzo dei quattro miliardi e mezzo. Cifre talmente grosse che quando sono state rese note si faceva fatica a crederci, ma è proprio così.

Del resto, se la signora Yu Xiangyu, 51 anni, titolare della Tex & Fashion, è stata capace da sola di spedire quasi cinque milioni di euro, come si legge nelle carte dell’inchiesta, o se il signor Ye Xianliang, 33 anni, della Texline, viene fermato dalla Finanza il 12 dicembre 2008 con 548.000 in contanti nel bagagliaio della macchina, allora si capisce la portata del flusso. Non solo cinesi, comunque: ad Alessandro Guarducci, rappresentante legale della Tca International di via Rimini la Finanza contesta di aver spedito in Cina due milioni e 720mila euro tra il 2009 e il 2010.

Che cosa resta dunque di questa inchiesta? Un paio di cose. Intanto i sequestri “per equivalente” disposti nelle varie fasi delle indagini (una settantina di aziende nel giugno 2010, 181 immobili, 300 conti correnti, 166 auto di lusso), altri 25 milioni nella seconda tranche, 47 milioni nella terza. Soldi e immobili che alla fine potrebbero essere confiscati. Ma si tratta comunque delle briciole rispetto a quei 4,5 miliardi di euro.Forse la cosa più importante è aver reso più complicato il sistema di inviare i soldi all’estero senza far apparire il reale mittente. Aver costretto o convinto i più facoltosi imprenditori cinesi che hanno messo radici in Italia a usare sistemi più tracciabili e più leciti.

A rendere tutto più difficile, dal punto di vista processuale, è che il padre di questa inchiesta, Pietro Suchan, l’anno scorso se n’è andato all’Aia, dove fa parte della squadra di Eurojust, l’organismo di coordinamento della magistratura europea. Il suo successore, Giulio Monferini, si è trovato di fronte un mare di carte nel quale non è facile navigare.

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