Filature malate? Solo i committenti hanno la medicina
Il filatore Guido Pagliai senza peli sulla lingua «Siamo spolpati. Chiuderà un altro 20 per cento di aziende»
PRATO. «Le filature cardate contoterzi sono state spolpate anno dopo anno e ormai non hanno più alcuna capacità di reazione. I committenti cambino atteggiamento ». Guido Pagliai, filatore, settant’anni compiuti, titolare della filatura di Spicciano nonchè presidente della sezione filature e tessiture dell’Unione industriale pratese non ha peli sulla lingua. Da sempre in prima linea nell’evidenziare i danni che il sistema stava facendo ai terzisti e alla filiera non è rimasto certamente sorpreso dagli esiti dell’indagine della mappatura presentata alla Camera di commercio nei giorni scorsi e da cui è emerso che il comparto delle filature cardate negli anni si è ridotto in maniera esponenziale e anche chi è rimasto ha ridotto personale e fatturato ed ha tirato a campare senza fare investimenti sul futuro.
«Ho un’immensa preoccupazione per il futuro del distretto e non solo per il comparto delle filature destinato ormai a una massiccia riduzione della capacità produttiva e alla chiusura continua delle aziende terziste. Credo che per le filature cardate ormai non ci sia più niente da fare: ritengo che molto velocemente assisteremo a un ulteriore 20 per cento di cessazioni».
«I conti sono presto fatti – mette in evidenza Pagliai – sette aziende lavorano su una superficie di meno di mille metri e quindi sono microscopiche. Un terzo di tutte le filature si trova in zone non industriali e quindi con una minima ripresa del settore edile avrà l’interesse a riconvertire gli immobili. Il 32% delle aziende sono sotto 400mila euro di fatturato (addirittura il 3% arriva a 100mila euro di fatturato) e quindi non ritengo possano essere in grado di sostenere le spese minime per un’azienda di questo tipo. E’ evidente che ci troviamo davanti a un numero importante di imprenditori che stanno aspettando di chiudere magari per andare in pensione».
Pagliai non ha dubbi.
«Perdere la propria identità che per il distretto tessile significa lana e cardato è pericolosissimo. Se perdi la capacità di produrre il cardato ho l’impressione che anche il resto dei prodotti subirà delle ripercussioni e quindi delle flessioni sul mercato: la lana è il prodotto trainante quello che ci fa conoscere del mondo. Il distretto ormai si rimette in fila male».
I terzisti ormai sono anziani e nessuno ha la volontà di fare investimenti perché si lavora a condizioni non remunerative. «A questo punto il cambiamento del sistema organizzativo per il tessile - aggiunge Pagliai - è un percorso obbligato: o chi vuol fare le pezze si attrezza in autonomia oppure ci condanneremo. Nei prossimi anni non rimarranno più di 10-15 filature cardate terziste. Senza contare che non solo i titolari sono anziani ma lo sono anche i capo-macchina, figure insostituibili».
Per Pagliai la malattia sembra quindi incurabile. «Servirebbe un impegno serio dei committenti: dovrebbero partecipare alle società dei loro terzisti, fare rete con loro. Riavviare un po’ di produzione rifacendo un po’ di magazzino in modo da far respirare le filature . Ritengo che potevamo evitare di arrivare a questo punto evitando di vendere il nostro lavoro in modo più coerente. Anche oggi si abbassa il prezzo dei tessuti strozzando i terzisti e, per anni, lo si è fatto per far concorrenza al collega pratese. Ora il comparto è in fin di vita. E non si può continuare così».
Continuare così vuol dire ridurre i terzisti a lavorare nell’illegalità. E far chiudere chi prova a rispettare le regole.
«Viene dato il lavoro a chi lo fa al 50% in meno rispetto alla rilevazione fatta 10 anni fa dalla Camera di commercio. O sono parecchio, ma parecchio bravi, o hanno comportamenti illegali. Si rischia un ulteriore cinesizzazione del comparto. Non si può perdere di vista la legalità perché altrimenti i comportamenti scorretti dilagano e si muore tutti, filatori e non. Il presidente dell’Unione industriale Cavicchi questo problema l’ ha denunciato mentre ho trovato che il presidente della Camera di commercio Giusti abbia minimizzato troppo su questi aspetti che invece per me sono sostanziali e da approfondire anche con controlli maggiori non solo nelle aziende cinesi ma anche in quelle italiane».
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