Sicurezza
Il “nemico” dentro casa vende in nero ai cinesi
Nel servizio di “Piazza Pulita” su Prato la testimonianza di un industriale fallito Lo spettro dell’illegalità diffusa tra le aziende pratesi raccoglie opinioni opposte
PRATO. E se l'illegalità economica dilagasse anche fra i pratesi? L'approfondimento di lunedì sera andato in onda a “Piazza Pulita” su La7 ha scoperchiato una testimonianza significativa. Un imprenditore, che dopo il fallimento della propria azienda sopravvive sfruttando l'expertise accumulato per decenni sui tessuti per venderli ai cinesi, a nero, in cambio di una modesta provvigione (il 3% al massimo).
In sé un caso estremo quello scovato dall'inviata Valentina Petrini. Il dato meno rassicurante, però, è che quel groviglio di recessione, alta pressione fiscale, disparità percepita nell'accesso al credito fra aziende pratesi e cinesi potrebbe già aver diffuso in parte il dumping sociale dal distretto parallelo al distretto tessile.
Le immagini, in uno dei molti capannoni a conduzione orientale, sottoposti a controlli del gruppo interforze, di operai schiacciati in loculi come in scatolette per sardine e in condizioni igieniche a metà fra l'insalubrità dei luoghi di lavori dell'Ottocento e un penitenziario sovraffollato fanno temere agli industriali il contagio.
Un fiume rompe gli argini. Una considerazione, in questa direzione, proviene dal presidente provinciale di Confindustria, Andrea Cavicchi: «L'illegalità cinese è devastante e rappresenta un problema serio, ma non è l'unico fenomeno di concorrenza sleale. C'è molto lavoro nero che sta mettendo a repentaglio le aziende sane e oneste». Il sorvegliato speciale è il settore delle filature cardate, nel quale si osserverebbe chiaramente l'impari competizione fra le imprese diligenti col fisco e chi si sottrae a Irap e contributi previdenziali per prevalere sul mercato: «Rischiamo di diventare un territorio di confine, dove tutto diventa permesso». Una risposta – per Cavicchi – potrebbe consistere nell'estensione della campagna di verifiche del quadriennio 2009/2013 alle nuove aziende.
Ammesso che la domanda, ovvero del pericolo di un cedimento verso le cattive pratiche di sfruttamento della manodopera ed evasione fiscale, sia condivisa. A contraddire la tesi è il presidente della Camera di Commercio, Luca Giusti: «Un conto è il singolo imprenditore spinto per necessità economica a vendere un tessuto a nero, un altro è immaginare che un gruppo lo faccia di mestiere. Non sono casi rappresentativi della realtà produttiva».
«La colpa è dei pratesi». L'altro quesito verte sulla responsabilità di istituzioni e imprenditori locali sull'insorgenza di un'economia sempre più a due velocità in fatto di rispetto delle regole. Donato Vichi, che ha confidato il suo avvilimento a Corrado Formigli in collegamento dalla sua ditta di Agliana, bersaglia gli stessi blitz anti-illegalità: «Fanno scoop e non funzionano. In verità, tante aziende del distretto hanno lavorato coi cinesi. Penso alle rifinizioni: i titolari si sono messi in tasca i soldi, caricando i costi sull'azienda e facendo salire i debiti». Sul sommerso orientale c'è, in definitiva, una “complicità abbondante” delle imprese pratesi.
E la borghesia cinese? Sotto i colpi delle rivelazioni degli industriali e del caso nazionale rinfocolato dal servizio su La 7, il bagliore lungamente atteso della nascita di una classe intellettuale, capitalista e garante di un ordine giuridico scompare con la stessa facilità con la quale è apparso. Passa dal presidente di Cna, Claudio Bettazzi l'unico messaggio in controtendenza: «Abbiamo un vice presidente cinese e lavoriamo costantemente con un gruppo di 20 aziende cinesi. In un anno le imprese iscritte alla nostra associazione sono salite a 70. Credo che non sia giusto far passare un'immagine solo negativa dell'immigrazione. Perché, l'illegalità si combatte con un maggior lavoro investigativo e contemporaneamente con una maggiore informazione».
La leva fiscale. Magari per battere il mix crisi-evasione sarebbe utile un'arma non convenzionale. La propone il leader di Confartigianato Andrea Belli: «I controlli sono un granello di sabbia. Per i giovani e le start-up servirebbe una defiscalizzazione completa per i primi tre anni di attività». O un aiuto dalla banca del territorio. La BpVi lo scorso 24 ottobre, nell'incontro con le categorie economiche, ha promesso per il distretto un plafond di una decina di milioni per finanziare nuovi progetti. Con un doloroso paletto: il niet alle ristrutturazioni del debito.
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