Sicurezza
Commercio a Prato: si compra meno cibo, nel 2013 giù anche la grande distribuzione
La fotografia dei consumi nella ricerca di Camera di Commercio, Confcommercio e Confersercenti: frena la caduta del giro d’affari (-4,8%), ma il comparto food segna un meno 7,1%
PRATO. Non è il bollettino di guerra del 2012 ma il responso rimane comunque negativo. Stavolta non si parla di distretto tessile ma di quanto spendono le famiglie pratesi per comprare vestiti o fare la spesa, tra caccia al risparmio e saracinesche abbassate sotto i colpi della crisi.
Commercio etnico con il segno più

A giugno di quest'anno il giro d’affari dei negozi si era ridotto del 4,8% rispetto al 2012. Se è vero che al peggio non c’è mai fine, allora si può dire che è andata meglio dello scorso anno quando il calo delle vendite fu quasi dell’8%. La fotografia scattata dalla Camera di commercio in collaborazione con Confcommercio e Confesercenti, nella ricerca curata da Dario Caserta e Alessio Monticelli, vede comunque ancora i commercianti pratesi prigionieri del vortice della crisi. «Tuttavia, in un quadro che rimane difficile si notano timidi spiragli di inversione di tendenza che fanno sperare», fa notare il presidente della Camera di commercio Luca Giusti.
Numeri da far tremare i polsi ai negozianti ma meno catastrofici rispetto al 2012: la flessione dei redditi sull’onda della crisi fa sì che per i consumi delle famiglie pratesi, dopo la caduta del 4% nel 2012, si preveda quest'anno un’ulteriore contrazione (-2,4%). Le famiglie, insomma, ci pensano due volte prima di aprire il portafoglio. «Un atteggiamento di prudenza – sottolinea Caserta – che si rileva dopo il 2010, fino a quando c’era stata sostanzialmente una tenuta dei consumi: di fronte alla prolungata crisi e alla sofferenza del mercato del lavoro, le famiglie pratesi sembrano aver reagito attingendo ai propri risparmi».
Cibo e abiti: vendite giù. Un dato infonde un po’ di speranza: se le vendite al dettaglio hanno toccato il minimo storico nel terzo trimestre del 2012 (-8,1%) la caduta si è assestata nel secondo trimestre del 2013 (-4,8%). Spulciando fra i settori specifici, si scopre che chi vende cibo non se la passa bene: un segnale preoccupante. Le vendite nel comparto food segnavano -7,5% a giugno 2013, -5% per l’abbigliamento e accessori e -7,1% per la casa ed elettrodomestici (compresi i prodotti high-tech, nonostante le file ai centri commerciali per l’acquisto di iPhone di ultima generazione). E soffrono anche i supermercati: se nel 2012 non avevano visto nessun segno meno, nel secondo trimestre 2013 si viaggiava su una perdita di quasi il 2%.
Meno scorte il magazzino. I curatori del rapporto congiunturale parlano di “normalizzazione del livello medio delle giacenze di magazzino”. Ovvero, nei magazzini non si accumula più merce come un tempo. Nonostante il saldo complessivo fra chi detiene giacenze in eccesso e giacenze scarse sia positivo (+15,8%) e ben oltre la media regionale e nazionale, secondo Monticelli “le scorte non stanno crescendo più, segno di una liquidità sempre più scarsa delle aziende”.

Tiene la rete distributiva. Nonostante la crisi, il saldo dei negozi aperti al 30 giugno 2013 è attivo: +1,5% rispetto al 2012, percentuale che in termini assoluti si traduce in 80 negozi in più. Buona la performance dei bar (+2,3%), del settore alimentare (6,8%) e del comparto ambulante (+2,9%) dove però è alto il tasso di turnover. Soffre invece il settore non alimentare, abbigliamenti e articoli per la casa in primis, che porta a casa un -0,3% rispetto al 2012.
Cautela e fiducia. L’ottimismo sembra essere il sale dei commercianti pratesi. Chi si aspetta un aumento del proprio giro d’affari è il 17% in più rispetto a chi invece si aspetta un peggioramento. In un clima orientato alla prudenza, qualcuno ha anche investito: nel 2012 lo ha fatto il 29% delle aziende, con strategie di tipo “difensivo” mirate a salvaguardare l’esistente.
Le imprese commerciali straniere. C'è una sostanziosa fetta del commercio locale - quasi il 24% - che non parla pratese. Attività, appunto, in mano a titolari di nazionalità cinese (la componente più numerosa: oltre il 10%), pakistana, marocchina e nigeriana. Nel 2012 il tasso di crescita dei negozi etnici è stato del 3,5%, superiore quindi a quello dei negozi italiani (a giugno 2013 questi ultimi erano aumentati dell’1,5% rispetto all’anno precedente). La parte del leone, come risulta da questo focus sul commercio allegato all'indagine congiunturale della Cciaa, la fanno gli ambulanti: i venditori di abbigliamento nelle bancarelle rappresentano il 53% sul totale delle imprese straniere, per lo più di origine marocchina e cinese.
Commercio, consumi ancora in crisi
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