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Vecchio ospedale di Prato, la sua trasformazione non interessa più

Vecchio ospedale di Prato, la sua trasformazione non interessa più

Disertato da cittadini, politici e professionistiil tavolo di partecipazione avviato sul futuro dell’area: solo 80 partecipanti e 30 iscritti ai gruppi operativi. La delusione di Paolo Sanesi

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PRATO. Troppo pochi per un argomento tanto importante. Questo il giudizio di Paolo Sanesi, uno dei “padri” della partecipazione a Prato, sul “tavolo” avviato a Palazzo delle Professioni sul futuro dell’area del Misericordia e Dolce.

Ottanta i partecipanti alla prima riunione del gruppo di lavoro che dovrà consegnare al Comune, a febbraio, tra quattro mesi, una proposta articolata su cosa fare dell’ultima area strategica per lo sviluppo del centro storico e non solo. Solo trenta gli iscritti ai gruppi di lavoro che dovranno formulare materialmente le proposte. Nessuno esponente politico del Pd, evidentemente tutti impegnati a seguire il congresso, nessuno del Pdl. Solo il capogruppo Idv in consiglio comunale Aurelio Donzella ha partecipato assieme all’assessore provinciale Alessio Beltrame che sull’argomento, assieme al Tirreno, ha avviato una campagna pubblica l’estate scorsa (con l'apertura di un data base di idee poi discusse in una serata al giardino Buonamici) . Presente anche, ma in veste di ambientalista, il “civatiano” Marco Monzali (assieme all’architetto Rita Cecchini).

«Sinceramente per un argomento così importante - ha scritto Sanesi sul suo profilo Facebook - per la nostra città mi sarei aspettato un partecipazione più consistente. Se i cittadini non sentono il dovere di dire la loro su situazioni che potrebbero influenzare pesantemente tutto l'assetto urbanistico dei prossimi decenni mi viene da pensare che nella nostra città la protesta e le lamentazioni rimangono il solo orizzonte di riferimento. Per la crescita culturale, l'impegno civile e per le proposte conseguenti possiamo tranquillamente aspettare».

E dire che l’argomento Misericordia e Dolce è ben presente nella mente degli amministratori pubblici - del Comune, della Provincia e della Regione - chiamati a trovare un accordo, per quanto faticoso, su un’idea di trasformazione. Tutto si gioca sul fatto se quell’area debba restare in mano al pubblico con funzione destinate allo sviluppo della città, come sostiene la Provincia. O se debba finire in mano ai privati e con questi studiare una trasformazione che soddisfi in parte gli interessi della Regione che con la vendita dell’area punta a ricavare 23 milioni di euro, in parte i desiderata dei provati e in parte i progetti di sviluppo cari al Comune.

A che punto siamo? La trattativa langue, la Regione sta sull’Aventino, e il rischio è che venga archiviata, per una curiosa strategia politica, fino al risultato delle prossime amministrative. Tutto questo mentre il vecchio ospedale, ormai svuotato di funzioni e persone, ha iniziato il proprio inarrestabile declino. «Far partire un confronto sul destino dell’area - conclude Sanesi - partendo dai bisogni veri della città , mi sembrerebbe il minimo».

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