Attenzione
Le filature cardate sempre più vecchie e poco dinamiche
Un’indagine mette in evidenza i limiti del distretto I numeri raccontano la crisi di una parte della filiera
PRATO. La salute delle filature cardate non è buona. E della cura per ora non si parla con certezza. Nel 202 le aziende erano 239, a fine 2012, 82. Da 3.087 addetti siamo passati a 890 e il fatturato da 170 milioni di euro è arrivato a 68 milioni di euro. Se questi numeri neri non sono sufficienti a chiudere il quadro diagnostico va aggiunto che i titolari hanno per la stragrande maggioranza i capelli grigi, 4 aziende su 5 lavorano solo per committenti per il distretto e appena il 13,7% ritiene che le tariffe sono remunerative.
Un quadro quello emerso dalla prima fotografia di quella destinata a diventare una mappatura del settore tessile che fa dimenticare il sorriso. L’unica nota positiva infatti dell’indagine (realizzata dalla Camera di commercio con il contributo Progetto Prato della Regione Toscana, coordinata da Confartigianato e con la collaborazione di Cna e Unione industriale) è che cio nonostante il 50% dei filatori intervistati ritiene che il laniero cardato, seppur ridimensionato, avrà un futuro.
Dieci anni di crollo. Nel 2002 le filature cardate erano 239 e sono passate a 82 nel 2012. Anche gli addetti ovviamente sono calati da 3.087 si è passati a 890 mentre il fatturato da 170 milioni a 68 milioni. Anche gli assortimenti sono diminuiti da 374 nel 2002 a 205 nel 2012. E uno dei dati neri della situazione è data dal fatto che non è stata aperta nessuna nuova filatura negli ultimi 10 anni.
Gli impianti. A una diminuzione di aziende, addetiti e fatturati corrisponde anche una modifica della tipologia di produzione che ha visto aumentare la produzione di titoli medi e fini nel tentativo - non riuscito - di rendere meno drammatica la differenza di produzione da un periodo all’altro dell’anno. Va evidenziato che negli ultimi 5 anni solo un’azienda su quattro ha effettuato investimenti consistenti a causa di una redditività non soddisfacente. Inoltre che quasi il 50% delle imprese registra un’incidenza superiore al 15% del costo dell’energia.
Committenti local. Solo quattro aziende su 5 lavorano solo per committenti del distretto pratese: il 20% ha clienti nel resto d’Italia, il 5,4% opera con clienti esteri. I pochi che hanno guardato “fuori dai confini”, in base alla ricerca non hanno dubbi, il lavoro è «più remunerativo e anche più stabile e organizzato». I tempi medi di incasso delle fatture sono tra i 3 e i 4 mesi e negli ultimi cinque anni oltre la metà delle imprese ha subito perdite su crediti a seguito di procedure concorsuali o fallimenti.
La redditività. Negli ultimi tre anni, solo il13,7% delle imprese ritiene che i prezzi che si è riusciti a spuntare sul mercato siano remunerativi. Per il 49,3% sono appena remunerativi mentre per il 37% sono non remunerativi. Una condizione che dipende dalla concorrenza sleale interna al distertto e da un eccesso di offerta. Per le imprese però il problema maggiore (per il 57,6%) la mancanza di programmazione è il problema che comporta le maggiori disfunzioni nella gestione della produzione. La mancanza di ricavi e la difficoltà a organizzare il lavoro, oltre a una flessione del 44% della produzione, ha portato a una forte riorganizzazione e una concorrenza estera è avvertiva dal 56,7% degli imprenditori.
Aziende coi capelli grigi. L’età media dei titolari delle filature è di 56 anni. Oltre il 37% dei titolari è over 60, il 23,8% invece ha tra i 60 e i 69 anni e il 14% ne ha oltre 70. Un dato che dimostra, se sommato a quello che negli ultimi dieci anni, non ha aperto neppure una filatura cardato, come questo settore non vedo l’impegno dei giovani e che quindi di fatto si trovi nei prossimi anni senza un intervento importante ad andare verso una drastica riduzione. Inoltre il problema dell’età esiste anche per i capi filatori.
Le prospettive. Sette imprenditori sui 10 intervistati ritengono che nei prossimi tre anni la capacità produttiva complessiva del distretto si ridurrà ulteriormente. Gli addetti ai lavori stimano che mediamente la riduzione sarà dle 23% tuttavia un terzo degli intervistati dovrebbe essersi arrestata. Emerge inoltre la convinzione che il modello committenti-tersiti debba essere modificato: per il 56,2% adeguato, per il 12,3% radicalmente cambiato mentre per oltre un terzo degli imprenditori il modello è ancora valido. Tra le proposte c’è ovviamente quella di una maggiore collaborazione tra imprese ma quando si entra nel dettaglio le resistenze non mancano: il 48,5% infatti si dice comunque non interessato.
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