Il Tirreno

Prato

Cooperative di trasporto a Prato, i lavoratori denunciano sei aziende

di Ilenia Reali
Cooperative di trasporto a Prato, i lavoratori denunciano sei aziende

Il settore è una giungla: le imprese aprivano e chiudevano rimanendo nella stessa sede e con lo stesso committente

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PRATO. C’è una giungla nella gestione del trasporto. Da una parte le grandi società di spedizionieri, dall’altra una selva di cooperative che per lavorare sono sempre sul filo di lana per quanto riguarda il rispetto delle regole. Coop con una vitalità, talvolta più bassa, di quella delle imprese cinesi additate per chiudere e poi riaprire magari nella stessa sede. Società al di fuori della morale nella gestione del lavoro e che rendono impossibile una concorrenza leale. In questo caso però i titolari non sono certo orientali.

Un gruppo di dipendenti, assistita dall’avvocato Sergio Lalli, ha inviato un'esposto-querela alla procura della Repubblica denunciando quello che è un comportamento molto frequente tra le cooperative ma che nel dettaglio ne coinvolge sei che operano, o operavano, sul territorio. «Si tratta di un caso emblematico di come funziona una bella fetta del settore», spiega l’avvocato Sergio Lalli che ha inviato il fascicolo in procura perché in possesso di una serie di “pezze d’appoggio” che provano quanto sostenuto.

L’utilizzo dei tempi, presente e passato, è fondamentale in questa storia che i lavoratori raccontano alla procura. Di queste sei aziende infatti almeno cinque non esistono più perché hanno ceduto il loro committente - il grande spedizioniere - via via alle coop di più nuova costituzione. Negli anni si sono infatti svuotate ripartendo con nuove denominazioni ma con gli stessi indirizzi, gli stessi amministratori, e (più o meno) gli stessi dipendenti.

«Lo schema adottato dagli amministratori delle società cooperative (i cui nomi sono citati nella lettera inviata alla procura ndr) - si legge nel documento inviato alla Procura - è ormai una “moda consolidata” nel settore. Le cooperative offrono alle imprese di logistica il loro servizio con prezzi ampiamente sotto il costo orario medio del settore. Per mantenere i prezzi così bassi emettono buste con meno ore di lavoro dichiarate, con importi retribuiti con trasferte o rimborsi a cui non si applicano trattenute previdenziali o Irpef. Inoltre si aumentano i ritmi di lavoro, la velocità e lo sfruttamento dei lavoratori che in alcuni casi sconfinano in forme di “nuova schiavitù”».

I dipendenti che hanno firmato l’esposto dichiarano di essersi trovati per ben sei volte di fronte da una parte alla vecchia cooperativa «dissolta come neve al sole» e un’altra «linda» subentrata applicando condizioni contrattuali mai migliorative e con l’incognita della non automatica riassunzione.

Un modo di agire che metteva i dipendenti nell’obbligo di accettare buste paga sempre meno regolari. «Quando poi si arrivava al limite - raccontano - e gli escamotage erano non più sufficienti la cooperativa veniva messa in liquidazione (sempre a un indirizzo di Roma dove le notifiche tornavano indietro con la dicitura civico inesistente o sconosciuto) e si faceva nascere la nuova cooperativa con sede operativa nel magazzino dov’era la vecchia (a Prato), con un nuovo contratto di appalto ma sempre con lo stesso committente. Ovviamente i dipendenti - quelli che non avevano creato problemi - venivano riassunti sfruttando le agevolazioni delle liste di mobilità».

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