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La Prato di Paolo Poli. L'attore in scena al teatro Politeama - VIDEO
Presenta uno spettacolo dedicato alla vita e alle opere di Giovanni Pascoli. La carriera e i ricordi: la madre faceva la maestra in città
PRATO. I ricordi di Prato intrecciano quelli della sua infanzia. Della mamma che negli anni Trenta faceva qui la maestra di scuola elementare, dell’affascinante Clara Calamai avvistata una volta alla stazione perché suo padre faceva il capotreno.
Sembra ieri, eppure è successo quasi un secolo fa. Lucida memoria di Paolo Poli che viaggia nell’album ricordi di famiglia, a 84 anni e con una carriera teatrale da fuoriclasse che lo rende ancora capace di recitare e ballare sul palco come un ragazzino. È il suo spettacolo “Aquiloni”, liberamente tratto dal poeta Pascoli, a inaugurare la stagione del Teatro Politeama Pratese, stasera alle 21 e domani alle 16: sul palco, anche Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco).
Dimenticate però l’omaggio al poeta del “fanciullino”: dal palco di via Garibaldi uscirà un Pascoli rivisitato, innovatore e precursore dei tempi, al centro di una scena a tratti un po’ bucolica e vintage (le scenografie sono di Emanuele Luzzati).
Perche’ Pascoli e non, ad esempio, Carducci?
«Ricevetti i primi applausi recitando a scuola i suoi versi. Fu un abile versificatore ma è in vecchiaia che ne ho scoperto le qualità. A scuola ci tormentavano con la sua tragedia familiare. Ho voluto rileggere i “Poemetti” di Pascoli, privilegiandoli rispetto ai “Poemi conviviali”».
Qual è il ritratto che emerge del poeta?
«Un anticipatore, un innovatore: basti pensare che, ben prima dei futuristi, scrisse le poesie con i rumori della campagna».
Qualche anticipazione del suo spettacolo?
«Ho legato alle poesie le musiche dell’epoca. Ci ho messo dentro anche l’operetta e le canzoni di guerra. Del resto, nel 1911 con la guerra di Libia ci fu il discorso di Pascoli, “La grande proletaria s’è mossa”».
E gli aquiloni?
«Erano un gioco povero. Si giocava anche con un pezzo di spago, con una scatola di scarpe ho fatto mille teatrini. Ma “Aquiloni” è stata anche la prima poesia di Pascoli e anche in quel caso finisce male, con la morte di un bambino.
Ha recitato altre volte al Politeama?
«Certo. Da quando è stato restaurato, il teatro è gestito molto bene. E poi tornare a Prato mi fa venire in mente mia madre».
Si riferisce a un ricordo in particolare?
«Faceva la maestra qui a Prato, in una scuola che all’epoca durava molte ore, mica come adesso! Si spostava in treno e io andavo tutti i giorni a Rifredi a prenderla. Fu alla stazione di Prato che una volta vidi Clara Calamai da giovinetta. Erano gli anni Trenta, prima che diventasse diva del regime. Era bella e con le gambe lunghe».
Portare più gente a teatro. Come si fa?
«Bisognerebbe fare programmazioni migliori. Ci sono teatri a cui non importa fare spettacoli brutti, perché tanto si reggono su finanziamenti pubblici: al massimo li si rivendono per le scuole».
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