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Prato

Un solo padrone per tanti prestanome

Un solo padrone per tanti prestanome

L’allarme della Municipale sulla titolarità delle confezioni cinesi dopo l’arresto di tre orientali che rubavano macchinari

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PRATO. Il padrone vero è solo uno, quello che mette i soldi. I padroni finti, invece, possono essere anche tanti ma fanno capo spesso a un solo soggetto e di volta in volta vengono messi a dirigere aziende che cambiano ragione sociale senza cambiare luogo al ritmo delle collezioni autunno/inverno.

C'è questo contesto, secondo il comando della polizia municipale, dietro a molte confezioni cinesi e a un fenomeno in grande crescita, quello dei furti di macchinari nei capannoni sequestrati dopo i controlli della squadra interforze.

Nella notte tra sabato e domenica, come spieghiamo a parte, tre cinesi sono stati arrestati mentre tentavano di portare via alcuni macchinari da un capannone sequestrato lo scorso 16 ottobre in via Galcianese. E proprio la storia di questo capannone ha dato lo spunto al comandante della polizia municipale, Andrea Pasquinelli, per ritornare sulla questione dei prestanome. C'è il sospetto infatti che il titolare identificato il 16 ottobre fosse soltanto un uomo di paglia messo lì al posto del vero padrone. Spulciando tra i documenti dell'azienda, gli agenti della polizia municipale, come ha spiegato anche il commissario Flora Leoni, hanno trovato delle bolle di accompagnamento molto recenti che riportavano il nome di un'altra azienda. Eppure il contratto di affitto esibito dal titolare della confezione riportava invece il primo nome, quello che risultava anche alla polizia municipale quando ha pianificato il controllo.

Non è finita. Durante le complesse fasi di ricostruzione delle responsabilità, sono spuntati i rappresentanti di due maglifici italiani che avevano dato delle commesse, in quello stesso capannone, a una terza azienda cinese di cui invece non c'era alcuna traccia ufficiale. Gli italiani erano venuti a riprendere la loro merce e non è stato facile sbrogliare la matassa.

La morale della storia, secondo il comandante Pasquinelli, è che «spesso c'è la quasi certezza che il titolare indicato alla Camera di commercio non sia quello vero». Detta in altri termini, il titolare vero è quello che investe, che mette i soldi per l'acquisto dei macchinari. Ed è anche lo stesso soggetto che ha più interesse a recuperare i macchinari quando questi vengono sequestrati. Non stiamo parlando delle semplici "taglia e cuci", ma di macchine circolari rammagliatrici, come quelle trovate in via Galcianese, che nuove possono costare più di tremila euro e anche usate possono arrivare a mille euro.

Ottenere il dissequestro ora è diventato più costoso rispetto a prima (circa 100 euro a macchina) e chi non ha scrupoli può essere tentato di ordinare un furto su commissione. Forse è andata così anche stavolta, le indagini sono in corso. Sta di fatto che è capitato più di una volta, riferisce la polizia municipale, che i ladri colti sul fatto abbiano fatto il nome del committente indicandolo come il padrone dell'azienda anche se questo non risultava titolare della società. Un bel ginepraio, nel quale è molto complicato muoversi.

Così come è complicato prevenire i furti nei capannoni sequestrati senza ricorrere a sfiancanti appostamenti, tanto che la Municipale sta pensando a nuovi sistemi (telecamere, allarmi sonori?) per arginare il fenomeno.

Paolo Nencioni

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