Sicurezza
Prato, Sara Bardazzi, la stilista dei due mondi
Con le sue creazioni la fashion designer cerca di mettere in contatto e far dialogare la cultura cinese con quella pratese
PRATO. Immaginate due bacchette cinesi mentre agguantano uno scampolo di tessuto, o magari un cantuccio alle mandorle. Oppure che il leggendario pacchetto blu di Mattonella cambi etichetta e riporti quella dei “noodle soup” cari a chi mangia orientale. Provocazione? Sì, ma soprattutto è il contenuto della tesi di laurea con cui la fashion designer Sara Bardazzi, classe 1988 e titolo conseguito all’Accademia delle belle arti di Milano, ha provato a rivisitare la cultura cinese con espliciti riferimenti a quella pratese, in un tentativo di contaminazione fra due pianeti così vicini, eppure così lontani. Un esperimento grafico condito con un pizzico di ironia, da cui nasce anche una piccola collezione di borse in vendita per il momento solo on line sul sito www.etsy.com. E la grafica delle bacchette con il cantuccio è piaciuta tanto al sociologo Andrea Valzania che l’ha voluta sulla copertina del volume “Vendere e comprare. Processo di mobilità sociale dei cinesi a Prato”, presentato il 4 ottobre scorso alla Camera di commercio durante un convegno. Figlia di imprenditori tessili (il padre aveva una confezione d’abbigliamento), Sara ha sempre annusato la creatività in casa fin da piccola, fin dai quei primi figurini di moda ispirati al mondo dei fumetti che davano sfogo in punta di matita alla sua fantasia di bambina. Era destino insomma che Sara s’iscrivesse prima al liceo artistico di Montemurlo e poi alla Naba (Nuova accademia delle belle arti di Milano). Pochi mesi fa la laurea e la tesi dal titolo “Factum in domus” (letteralmente, fatto in casa). «Volevo portare un po’ di Prato a Milano che ha una sua comunità cinese storica. Il punto d’approdo della tesi riguarda la possibilità di creare prodotti che vengano sia da mani pratesi che cinesi dentro il distretto. Ecco il perché di quelle grafiche che, riprodotte su una borsa o su una t-shirt, vogliono indagare con occhi diversi la presenza della realtà cinese nel distretto: al di là di tutti i problemi, sempre meglio avere una risorsa dentro che non averla. Sono pratese da generazioni e mia madre mi ha insegnato a stare con tutti, ad accostarmi alle altre culture con curiosità e voglia di conoscenza. Valorizzare le proprie radici culturali non significa chiudere gli occhi sul mondo che cambia». Tra le varie combinazioni, il simbolo del giglio familiare ai pratesi, stilizzato a tal punto da farlo sembrare un ideogramma, “incastrato” nel prefisso telefonico di Prato; ancora, il “buco” di Moore di piazza San Marco, simbolo della città, imbrattato con ideogrammi rossi, oppure il Maneki neko scultura di gatto cinese che nella tradizione cinese porta fortuna) che tiene sulla zampa una bottiglia di Vin Santo nostrano. Le prime borse messe in produzione con queste grafiche – vera pelle fiorentina cucita da un amico cinese di Sara – stanno andando a ruba. «Per ora ho fatto una prima campionatura. Vorrei che il mio progetto avesse uno sviluppo: per ora la vendita è solo on line ma chissà, in futuro magari mi ritaglierò uno spazio tutto mio per far conoscere le mie creazioni, un piccolo show-room in centro ad esempio».
Sara ha un blog (sarabardazzidesigner.wordpress.com) su cui è possibile contattarla.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
