Il Tirreno

Prato

Indagine Irpet, il tessile cinese "pesa" per il 50% del distretto di Prato. Ricerca e grafici

di Cristina Orsini
Indagine Irpet, il tessile cinese "pesa" per il 50% del distretto di Prato. Ricerca e grafici

I risultati della ricerca Irpet sul valore della produzione dell'imprenditoria orientale: nel 2012 un fatturato di 2 miliardi

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PRATO. Quanto “pesano” le aziende cinesi sulla produzione totale del distretto di Prato? Una domanda che ha avuto tante risposte, in questi lunghi anni di convivenza difficile con la comunità del dragone, nessuna scientifica. Si è andati “a braccio”, forzando la risposta sulla base della convenienza anche ideologica: troppo, secondo i tanti che guardano all’impresa cinese come una calamità. Poco, secondo chi continua a ritenere la comunità fuori Porta Pistoiese, un’opportunità.

La ricerca Irpet. I numeri, questa volta, li ha messi in fila l’Istituto regionale programmazione economica della Toscana (Irpet) su input della Provincia (presentato alla Monash University pochi giorni fa), nella persona del suo presidente Lamberto Gestri. Un approfondimento, il primo nel suo genere, firmato, tra gli altri, dal direttore Irpet Stefano Casini Benvenuti (da altri analisti e alcuni docenti universitari) che arriva a conclusioni sorprendenti: il distretto cinese pesa eccome sull’economia complessiva dell’area. E non solo, assieme ad altri fattori, ha anche contribuito a rallentare il tracollo del distretto industriale trascinato nel precipizio dal picco negativo - tra il Duemila e il 2008 - delle esportazioni.

Quanto pesa il distretto parallelo. «Si tratta - spiega Casini Benvenuti - di un primo approccio analitico sul quale bisognerà ulteriormente lavorare ma che fornisce alcune risposte». La prima delle quali lascia stupefatti: le 4.830 imprese cinesi presenti sul territorio (delle quali 4.265 ditte individuali, dato del 2012), tra imprese tessili, di abbigliamento, del settore del commercio, della ristorazione, delle costruzioni e altro, producono un fatturato pari a quasi due miliardi (1.947 milioni, dato del 2010) che rappresenta il 14,30 del fatturato di tutto il distretto, pratese e cinese.Se poi si prende in considerazione il valore aggiunto - cioè, al netto dei costi materiali - le imprese cinesi hanno prodotto per 654 milioni pari al 10,30% del valore aggiunto di Prato. «Si tratta - commenta Casini Benvenuti - di numeri certamente importanti».

Tessile cinese alle stelle. Lo choc arriva quando si prende in considerazione il settore tessile-abbigliamento-scarpe: 1.688 milioni di produzione pari al 43,6% di quella totale dei tre settori con un valore aggiunto di 507milioni pari al 45,50% del valore aggiunto complessivo. Il distretto parallelo, dunque, “pesa” per la metà di tutto il distretto.

Quanto arriva alla comunità italiana. La ricerca Irpet non chiarisce quanta della ricchezza prodotta dalla comunità del dragone venga redistribuita così da passare nelle tasche della comunità italiana. «Sono indagini - continua il direttore Irpet - che stiamo facendo in questo periodo ma che non abbiamo ancora ufficializzato».

Qualcosa però si può già capire. «La quota di redistribuzione è ancora bassa - aggiunge Casini Benvenuti - siamo intorno all’uno per cento del totale». Si tratta in particolare degli affitti che i cinesi pagano ai pratesi - case e capannoni - e della quota di acquisti che viene fatta nei negozi italiani: auto soprattutto e briciole per quanto concerne il settore alimentare. Bassi anche i consumi pari a 156 milioni nel 2012 che rappresentano il 4,4% di quelli totali.

Quanti lavoratori irregolari. La ricerca si spinge a dare un valore numerico anche alla quota di lavoratori irregolari che operano nelle ditte cinesi «sulla base - spiega il ricercatore Irpet - dei risultati delle ispezioni compiute e sulla base anche dei controlli sul consumo di acqua delle imprese (consumi più alti rispetto al numero di dipendenti ndr)». Anche in questo caso il risultato è sorprendente: su una quota di poco inferiore a 18mila lavoratori cinesi (17.626 nel 2010) 11 mila sono risultati registrati mentre circa 6- 7mila sono quelli irregolari. Non poi così tanti. «Si tratta - afferma Casini Benvenuti - di circa un terzo della popolazione dei lavoratori cinesi - dato che però è suscettibile di variazione anche al rialzo - ma che potrebbe dare una rappresentazione, anche parziale, alla quota di produzione in nero del distretto cinese». E’ proprio sul fronte dell’illegalità economica cinese che la ricerca in progress dell’Irpet proseguirà.

Il tracollo delle export. Questa prima parte, però, è arrivata a un’altra conclusione che parte dall’analisi della grande crisi del distretto tessile pratese iniziata nel Duemila e che ancora prosegue.Confrontando i numeri della crisi i ricercatori si sono imbattuti in una apparente contraddizione. «A fronte di un calo delle esportazioni del distretto pratese di oltre il 40% - spiega Casini Benvenuti - tra il Duemila e il 2008, calo che si è poi ulteriormente accentuato negli anni successivi, il Pil di Prato è calato solo di un punto e mezzo». Ovvero a fronte del tracollo del motore dell’economia del distretto, le esportazioni appunto, la ricchezze pro capite ha seguito un trend meno devastante. «Intendiamoci - continua il ricercatore - un punto e mezzo di Pil è un valore importante in otto anni, talmente tanto che Prato ha avuto il peggior risultato economico nella graduatoria delle città italiane e si è collocata solo sopra Parma». Ma poteva andare addirittura peggio. Ovvio chiedersi come mai.

Il salvataggio cinese. Tre le ragioni che la ricerca individua confrontando numeri e dati: «La prima spiegazione - afferma Casini Benvenuti - si può trovare nel fatto che Prato negli anni ha sviluppato il settore immobiliare, in particolare degli affitti: tanti i fiorentini che si sono spostati su Prato per i costi inferiori. La seconda - continua - riguarda il fatto che proprio a causa della crisi è diminuita la quota delle importazioni e la terza e ultima - conclude - sta nell’attività produttiva, più sfuggente, delle comunità cinese che può senza’altro aver contribuito a rallentare il declino dell’area».

Per contattare l'autore di questo articolo scrivete a c.orsini@iltirreno.it.

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