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il convegno sull’immigrazione

«Non so se esiste ancora un distretto» Parola di Dei Ottati

di Maria Lardara
«Non so se esiste ancora un distretto» Parola di Dei Ottati

PRATO. Li chiama “pionieri” perché dieci anni fa gettarono solide fondamenta. Oggi producono un prodotto di fascia media e lavorano per catene importanti a livello internazionale come Motivi, H&M...

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PRATO. Li chiama “pionieri” perché dieci anni fa gettarono solide fondamenta. Oggi producono un prodotto di fascia media e lavorano per catene importanti a livello internazionale come Motivi, H&M e Oviesse.

«Energie fresche che non dobbiamo lasciarci scappare: se questi imprenditori un giorno decidessero di ritornare nella loro città, a Wenzhou, gli stanzoni di Prato tornerebbero vuoti».

Gli imprenditori che indica la docente universitaria Gabi Dei Ottati, da anni studiosa del distretto pratese, sono quelli finiti sotto la lente d’ingrandimento della ricerca presentata insieme al professor Simone Guercini nell’ambito del Simposio "I Cinesi a Prato" organizzato dalla Monash University (i lavori andranno avanti anche oggi) e che vede come ospiti docenti universitari, sociologi e studiosi dell’immigrazione cinese.

I “pionieri” sono cinque realtà di pronto moda pratesi che Dei Ottati definisce il “top” dell’imprenditoria cinese e che sono state oggetto di studio tra giugno e agosto di quest’anno.

Quali sono i legami di queste imprese con il distretto pratese?

«Sono realtà strutturate da almeno un decennio che impiegano personale italiano, dal modellista al contabile, oltre ad avere una rete di rappresentanti, anche questi italiani, tanto da distribuire la loro merce in paesi come Russia e Messico».

Utilizzano tessuto pratese?

«Almeno per ora rimangono ancorati a una fascia medio-bassa, dunque il tessuto non può essere locale. Ma queste imprese fanno internazionalizzazione, alcune diversificano lanciandosi nel commercio dei vini. Intanto a Prato si dormono sonni tremendi».

Però anche loro sentono la crisi.

«Gli affari vanno peggio che in passato: la sensazione, parlando con loro, è che gli imprenditori con i figli nati e cresciuti qui se ne andranno dal nostro Paese solo se presi per la gola, ovvero se la situazione sociale ed economica diventerà intollerabile. La crisi della produzione manifatturiera è globale: i prezzi dei cinesi a nero sono comunque assai maggiori di quelli del Bangladesh».

Parla di “reti” di filiera tra pratesi e cinesi. Dunque esiste o no il distretto parallelo?

«La vera domanda è se a Prato esiste ancora un distretto. E lo dice chi ha passato una vita intera a studiarlo. Senza innovazione e capacità d'investimento il distretto in quanto tale non esiste più. I sistemi di piccola impresa hanno bisogno di rinnovamento: in questo senso l'apporto dei pronto moda cinesi, di quelli ben inseriti e radicati sul territorio, è "sangue fresco" per l'economia pratese che ne ha veramente bisogno».

Come siete riusciti a intercettare questo campione di aziende?

«Grazie a una ragazza di Prato, già studentessa di economia e commercio, che esercita oggi la professione di commercialista. Senza questi preziosi contatti sarebbe stato difficile avvicinare tali realtà».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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