Il dolore
La mia casa? Il vecchio ospedale
Il Misericordia e Dolce ormai ex riparo per tanti senza fissa dimora
PRATO. Chi li ha visti? Con la chiusura del Misericordia e Dolce mancano all'appello almeno dieci senza fissa dimora che la notte trovavano rifugio fra le mura accoglienti dell'ospedale. Per alcune sere sono tornati a vagare intorno alla “loro casa” poi sono spariti, probabilmente hanno trovato rifugio in qualche stanzone abbandonato, ma hanno perso completamente quel minimo di calore umano che quotidianamente le guardie giurate, i medici e gli infermieri gli garantivano. Il pronto soccorso per anni è stata la famiglia per Elio, Gioachino e Vanna arrivavano la mattina e la sera tornavano “a casa”, un modo per far passare il tempo, ma anche in un certo modo di rendersi utili. Elio è l'usciere; gestisce il traffico e interviene quando è il momento, Gioachino si sente parte dell' organico si è presentato soltanto una sera al nuovo pronto soccorso e poi è sparito. Infine Vanna è stata una presenza silenziosa, ma costante, ha casa in centro, ma non ha nessuno con cui condividere le giornate. Gli altri che non hanno nome trovavano un ricovero fra gli anfratti del Misericordia e Dolce, luoghi riparati ma conosciuti dal personale che la mattina presto andava a controllare che fossero vivi. Per tutte queste persone ora c'è solo la strada dove la sopravvivenza non è facile; bisogna riconquistarsi un posto, senza rubarlo a chi ci vive da più anni, bisogna imparare a rispettare nuove regole e gerarchie. Un' esistenza difficile che diventa ancora più problematica per le persone che soffrono di disturbi mentali. «In dieci anni di servizio della ronda notturna – spiega il responsabile Giovanni Pieraccini – abbiamo avuto qualche caso psichiatrico, una situazione difficile da gestire soprattutto per i volontari che escono la sera». Bipolarismo, schizofrenia sono le malattie più comuni. «Ricordo il caso di una donna – continua Pieracccini – che aveva un disturbo grave della personalità nel giro di pochi minuti passava da un' identità all' altra. Ci siamo sentiti spiazzati difronte a questo caso; innescando un lavoro in rete con Asl e assistenti sociali siamo riusciti a trovare una soluzione, purtroppo a distanza di qualche anno in questi giorni abbiamo rivisto la donna che è tornata alla stazione». La vita per Giovanna (nome di fantasia ndr) non è facile avrebbe bisogno di costanti cure, di prendere le medicine ma tutto questo non è possibile nell' atrio di una stazione. «Una sera – ricorda Pieraccini – i volontari hanno trovato un' altra ragazza affetta da bipolarismo passava dall' allegria più sfrenata al pianto a dirotto. E' stato straziante come se si rendesse conto improvvisamente della sua malattia. Nei momenti di disperazione era lucida e si stringeva ai nostri volontari in cerca di affetto, di calore umano. A lei sarebbe bastato poter seguire una cura in modo costante per stabilizzare gli alti e bassi».
Alessandra Agrati
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