Gioco
Hu, il clochard cinese che passeggia nudo ma non si può aiutare
Su Facebook lo esaltano ma i servizi sociali si sono quasi arresi. Sarebbe finito per strada dopo una delusione d’amore. Per altri l'evento scatenante fu la morte del padre
PRATO. Passeggia per corso Mazzoni senza pantaloni e senza biancheria. Legata alla vita ha una maglia che gli copre i genitali. Lo chiameremo “Hu”, forse il senza tetto più famoso di Prato: tutti lo ricordano per le passeggiate “naturiste” come quella dell’altra sera in corso Mazzoni e immortalata da un video. Lo ricordano per i bagni nelle fontane della città, per i bisogni fisiologici espletati in mezzo alle strade, per il cibo disgustoso di cui a volte viene visto nutrirsi. Una notte finì dentro al camion dei rifiuti mentre dormiva in un cassonetto. Vecchia storia.
Nell’ultimo video la gente si volta a guardarlo, si sente una risata, una bambina per mano al papà si volta come a dire «babbo, guarda quel signore!». Ma in definitiva nessuno si scompone più di tanto, la scena ormai fa parte del panorama urbano consueto. Al netto del decoro, è evidente che un problema c’è e riguarda la dignità di una persona che ha bisogno di essere aiutata.
Hu ha meno di 40 anni, dorme in genere nel parcheggio del Serraglio e vive di quel che trova, della carità dei passanti, dell’aiuto di alcuni commercianti come quelli del bar Andrei di via Magnolfi, tra chi gli dà un euro, chi gli offre una sigaretta e gli regala un panino.
Tra storia e leggenda. Hu non parla italiano e neanche la sua lingua nazionale. È un cinese che si esprime nel suo dialetto, quello della provincia dello Zhejiang, da cui arrivano quasi tutti i cinesi di Prato. Sulla sua provenienza, sulla sua storia, sulla presenza dei suoi parenti in città circolano parecchie storie, raccolte dai volontari delle ronde della Caritas che a volte cercano di accudirlo. In effetti qualcuno saltuariamente gli dà una mano: in questi giorni ha i capelli rasati e vestiti più puliti.
Alla Caritas, c’è una mediatrice cinese, Lien, che in passato si è occupata di lui, insieme a un padre francescano, Fra’ Simone. Lo “corrompevano” con un pacchetto di sigarette e una Coca Cola per convincerlo a farsi una doccia alla mensa La Pira e a sostituire la biancheria.
Stando alla storia ricostruita da chi se ne è occupato, Hu vive a Prato da almeno 20 anni e prima aveva una vita normale, una moglie e una famiglia con cui era arrivato in Italia. La moglie lo avrebbe lasciato per un altro uomo spezzandogli il cuore, lui sarebbe uscito di testa, i genitori se ne sarebbero andati per la vergogna. Chissà.
Di certo quando Idalia Venco, responsabile della Caritas, è andata a cercare i suoi parenti, nessuno nella comunità cinese si è fatto avanti dicendo di conoscerlo. Comunque stiano le cose, Hu è rimasto solo.
Le gesta su Facebook. In passato Hu è stato fatto oggetto di insulti razzisti su una pagina Facebook, ora oscurata, dove veniva chiamato “Il Cinegro”: il termine dispregiativo “negro” indicava lo sporco sulla sua pelle. Intanto, sempre su Facebook, è comparsa un’altra pagina in cui viene soprannominato Godenzio. Qui si esaltano («il nostro Re», «il Sire») le sue gesta. Dentro “Avvistamenti di Godenzio” ci sono anche le foto ricordo di ragazzi che si fanno immortalare col clochard. Chi la gestisce usa un tono ironico e affettuoso. Hu è un personaggio pubblico riconosciuto.
Come aiutarlo? «Si tratta di persone - dice il dottor Marco Armellini, responsabile della Salute mentale - con problemi psichici e relazionali. Sono sole e non hanno alcun interesse a essere curate. Periodicamente queste persone, due o tre in tutta la città, vengono portate in ospedale per un Trattamento sanitario obbligatorio, ma passata la fase più acuta bisogna dimetterle». «Sono convinto - dice - che tra il non fare nulla e la coercizione esistano vie di mezzo. Penso a una rete che coinvolga i servizi sociali, le associazioni di volontariato, e i commercianti a loro più vicini. L'obiettivo è intervenire prima delle crisi, con l’ospedalizzazione solo quando si rende strettamente necessario».
«La realtà - spiega l'assessore al Sociale, Dante Mondanelli - è che non esistono strutture in cui ricoverarlo. E in ogni caso non si potrebbe costringere. Ma come cittadino, come medico, come amministratore percepisco la mia impotenza quando lo vedo per strada mangiare quel che ha trovato nella spazzatura. È una sconfitta, perché il Comune non ha mai lesinato i suoi sforzi».
«Spesso - spiega il comandante della polizia municipale, Andrea Pasquinelli - interveniamo su segnalazione quando si rende protagonista di qualche intemperanza. Cosa succede dopo? Possiamo portarlo in ospedale dove resta per un po’, quando ci resta. Possiamo multarlo, ma che senso avrebbe. Non è una situazione che si risolve attraverso provvedimenti di polizia».
AGGIUNTA DEL 25 OTTOBRE. Dopo la pubblicazione dell'articolo sul giornale di questa mattina, ci ha contattati Celso Bargellini del Centro antirazzismo di Prato. Anche lui ha un "sassolino" da aggiungere al percorso di questa storia. Ricorda che oltre 15 anni fa Kei Ji, colui che promosse la costruzione del tempio buddista di Prato, gli raccontò di un colloquio con il cognato di Hu. Il parente spiegò che il giovane - che lavorava nell'azienda di taglio e cucito di famiglia - aveva perso la testa dopo la morte violenta del padre, avvenuta in un Paese asiatico. E che dopo quell'episodio, per l'impossibilità di gestirlo, era stato allontanato dalla famiglia. Bargellini racconta che ancora oggi Hu riceve qualche forma di solidarietà da parte del tempio e della comunità cinese.
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