Il Tirreno

Prato

La cura del fiume è di tutti e di nessuno

di Danilo Fastelli
La cura del fiume è di tutti e di nessuno

Le norme sulla manutenzione degli argini si risolvono nello scaricabarile. E il Comune contesta le zone a rischio alluvione

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PRATO. Di sicuro c’è solo lo sfalcio, manutenzione ordinaria per eccellenza degli argini dei corsi d’acqua che attraversano la città di Prato. Di insicuro c’è tutto il resto, compresa la distinzione tra le parole “ordinario” e “straordinario”. Un’empasse in cui si attardano moltissimi soggetti pubblici di fronte alla gestione dei rischi idrici della città e in definitiva della sicurezza stessa dei cittadini. Quando invece sarebbe urgente stabilire competenze chiare e un piano condiviso degli interventi per fronteggiare i rischi che si corrono quando si verificano fenomeni atmosferici straordinari, come quello di lunedì scorso quando sono piovuti in 6 ore 130 millilitri d’acqua a monte del Bisenzio e dell’Ombrone (un decimo di quanto piove in un anno). O come lo scorso 30 settembre, giorno in cui a Prato piovvero - nell’arco di 24 ore - 79 millilitri d’acqua: a settembre il giorno più piovoso dal 1965.

Zone a rischio ma anche no. Secondo l’Autorità di bacino del fiume Arno, a Prato le zone più a rischio allagamento sono quelle di Galciana (rischio elevato, 3 su 4), Maliseti (3/4), Viaccia(4/4, rischio molto elevato), Le Lastre (4/4) e tutta la parte a sud dell’autostrada A11 (3/4). Ma anche sulla definizione del rischio non c’è accordo. Il dirigente dei Lavori pubblici, Lorenzo Frasconi, contesta ad esempio la scarsa pubblicità dei criteri attraverso i quali l’Autorità individua queste zone. «Si parte dal presupposto - spiega - che gli argini reggano, mentre spesso quando c’è un allagamento è proprio perché l’argine ha ceduto. Inoltre si fissa un modello che non tiene conto dei mutamenti che il corso del fiume può subire anche nel giro di un solo anno».

Fatto sta che il Comune di Prato, unico caso insieme a quello di Agliana, ha contestato in sede di Autorità di bacino l’aggiornamento delle zone di rischio definito dal Piano di assetto idrogeologico, che è un atto adottato con un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri. In quell’aggiornamento alcune zone sono diventate a rischio 4/4, come nel caso delle Lastre, con la conseguente istituzione di un più severo vincolo idrogeologico sulle future edificazioni.

Chi ripara il fiume? Tutti, ma proprio tutti, si lamentano del complicato sistema di competenze sui corsi d’acqua. Per quanto riguarda il comune di Prato, sono di competenza provinciale le manutenzioni ordinarie e straordinarie dei corsi d’acqua classificati in categoria 2 (torrente Iolo e parte del Bisenzio). Sono di competenza del Consorzio di Bonifica per la manutenzione ordinaria i fiumi in categoria 3 (parte del Bisenzio, torrenti Bardena, Bagnolo, Ombrone, Meldancione, Calice, Calicino, Fosso Ficarello, etc.), mentre quella straordinaria spetta a Provincia e Regione. Sono del Comune i corsi d’acqua non classificati dentro la cinta cittadina, tranne i recettori fognari (come alcuni tratti della Vella) che invece spettano a Publiacqua. Fuori dalla città torna la competenza del Consorzio per il cosiddetto “reticolo di bonifica”: quelle gore che da Prato raggiungono l’Ombrone. Il restante spetterebbe ai frontisti, secondo un decreto regio del 1904 scritto quando le campagne erano piene di contadini. Tutto chiaro? Bene, dal 30 novembre si cambia: con la creazione di un super Consorzio di bonifica a cui andranno competenze di “vigilanza” del reticolo non classificato. Un primo tentativo di semplificazione.

Ordinaria e straordinaria. Secondo il presidente del Consorzio di Bonifica Ombrone - Bisenzio, Lorenzo Cecchi De Rossi, non è possibile «una manutenzione ordinaria senza prima aver approntato una manutenzione straordinaria dei corsi d’acqua», dato il livello di incuria degli anni passati. In sostanza: la spesa degli interventi dovrebbe essere suddivisa tra i tre soggetti (Consorzio, Regione, Provincia). Secondo la Provincia, ovviamente questa spesa non è di sua competenza. Quanta acqua scorrerà sotto i ponti prima della risoluzione di questa controversia non è dato sapere.

Fossi tombati. C’è un reticolo di corsi d’acqua che corre sotto la città che nessuno vede e infatti nessuno controlla. Sono quei tratti in cui i fossi sono “tombati”, dove a tutt’oggi si annidano i maggiori rischi idrici: il Vella, il Gorone, il Ficarello, il fosso Sant’Anna. Le parti tombate non vengono nemmeno ispezionate (la video ispezione di Publiacqua avviene solo nei fossi “fognari” e non negli altri).

Fogne. «Le fogne - dice Frasconi - vengono costruite tenendo conto di un evento atmosferico che si ripresenta ogni 20 anni. Considerare un rischio maggiore comporterebbe spese troppo ingenti, perciò si individua un punto di equilibrio». Ma quando gli eventi “straordinari” si intensificano le fogne non bastano più e c’è ben poco che si possa fare.

Due secoli. Sempre Frasconi chiede: «Ci sono opere, come le casse di espansione, che andrebbero pensate tenendo conto di eventi atmosferici che si verificano ogni 200 anni. Un’amministrazione ne dura 5. Secondo lei, chi se ne farà carico?».

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