Italia
Vecchio ospedale smontato e rivenduto
L’idea dell’architetto Cecchini, responsabile di Legambiente: «Riciclare il materiale per risparmiare e creare lavoro»
Smontato pezzo per pezzo: dalle travi di ferro ai mattoni, dai controsoffitti agli infissi, dalle maniglie ai pavimenti ai pezzi di mattoni al legno. Materiali messi da parte, catalogati con cura e riciclati.
E’ così che il Misericordia e Dolce, quei quasi 30mila metri quadrati di cemento a un passo dal diventare la più grande carcassa edilizia di Prato e non solo, potrebbero trasformarsi da un problema a un’opportunità. Almeno secondo Maria Rita Cecchini, architetto, responsabile di Legambiente di Prato, che l’altra sera in una riunione a Palazzo delle Professioni, appunto con professionisti e tecnici, ha presentato un’idea semplice ma rivoluzionaria, un “uovo di Colombo”, in una fase nelle quale l’esercizio quotidiano è lanciare proposte su come mettere in sicurezza il mastodonte in attesa della demolizione (delegate all’Asl, tra i punti certi della lunga trattative tra Regione, Comune e Provincia oggi arenata per definire il futuro dell’area e dal costo minimo di un milione di euro).
«Esistono direttive europee e leggi italiane per altro recentissime - spiega Cecchini - nelle quali i materiali delle demolizioni e delle lavorazioni edilizie invece di essere etichettati come rifiuti speciali si trasformano in sottoprodotti ed entrano nel circuito del riuso. Sono convinta che applicando sistemi e tecnologie già conosciute, la futura demolizione del vecchio ospedale possa trasformarsi in un grande progetto di recupero dei materiali che lo compongono e diventare una opportunità di guadagno e di lavoro».
Non c’è nulla di campato in aria: la direttiva europea 2008/98 impone che a partire dal 2020 il riciclo dei materiali non pericolosi provenienti dalle demolizioni edilizia raggiunta il 70%. La direttiva europea è stata recepita dall’Italia con il decreto legislativo 205/2010 che ha fatto un passo ulteriore: ha indicato quali materiali possano essere definiti sottoprodotti e quindi entrare nel circuito del riuso. Non basta ancora: il 7 ottobre scorso è stato adottato un decreto del ministero dell’Ambiente per il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti nel quale si affronta il tema di quelli da costruzione che secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sono pari al 46% del totale degli speciali. «Se qualcuno è entrato recentemente all’interno del Misericordia e Dolce - continua Cecchini ha potuto rendersi conto di quanti materiali anche nuovi si possano recuperare da quella struttura a partire dalle luci e dai pavimenti, per arrivare alle travature interne, alle porte alcune della quali nuove di zecca e agli stessi mattoni da sbriciolare e con i quali si può creare altro materiale da costruzione». L’importante è catalogare con cura e trovare gli acquirenti «una soluzione - aggiunge l’architetto- che può compensare i costi con i ricavi delle vendita dei componenti e dei materiali».
Non è mai accaduto prima? Falso anche questo: cinque le sperimentazioni in Europa: in Spagna (Bilbao e Madrid), Svezia, Polonia e Belgio. Demolizioni selettive, per esempio, di complessi industriali o vecchie scuole, in alcuni casi, edificazioni nuove ma con materiali edilizi riciclati in altri.
«E’ così che a Prato - conclude Cecchini - può nascere una filiera per le demolizioni, un’altra declinazione della tradizione del riciclo tipica della città». Costi limitati - per quel che possibile -, posti di lavoro, tempi non biblici per archiviare definitivamente la “bomba” vecchio ospedale. Troppo semplice per essere vero.
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