Sicurezza
Malto e luppolo ora abitano nel distretto
Dal 2003 è nato un birrificio all’anno ma Prato deve lavorare di più sulla qualità
PRATO. Chi mai avrebbe detto che la città del tessuto si sarebbe trasformata nella città del malto e del luppolo? Difficile a crederci ma è così: ormai Prato ospita un numero di birrifici che farebbe invidia a qualsiasi altra città italiana. Era il 2003 quando aprì il primo birrificio e da quel giorno cominciarono a nascere quasi al ritmo di uno all’anno. Ora sono poco meno di una decina coloro che producono con un impianto proprio, mentre altri si avvalgono di strutture d’appoggio.
«Nell'esaltante contesto nazionale che vede un incremento quantitativo e qualitativo di produttori di birra artigianale, Prato e l'area circostante rappresentano un fenomeno locale di grande rilevanza», ad esprimersi così è Lorenzo Dabove, in arte Kuaska, il massimo esperto italiano di birre belghe, docente per Slow Food e giudice nazionale ed internazionale di concorsi relativi alla birra artigianale. La presenza di così tanti birrifici, in un’area ristretta come Prato e provincia, è senza dubbio positiva, perché dimostra la dinamicità di un movimento che, per altro, sta prendendo campo in tutta Italia; purtroppo è ancora poco stimolante il livello qualitativo. La tesi viene avvalorato anche dalle parole di Nicola Utzeri, direttore editoriale della rivista Fermento Birra Magazine, il quale si augura che, all’aumento dei birrifici, corrisponda di pari passo un aumento medio del livello qualitativo. Dello stesso avviso è Alberto Laschi, pratese esperto ed appassionato, co-organizzatore dell’evento “Villaggio della Birra” di Buonconvento, uno dei principali eventi relativi alla birra che abbiamo in Italia.
«Senza voler urtare la sensibilità (produttiva) di qualcuno - sottolinea Laschi - mi sento in dover dire che la qualità complessiva dell’offerta del prodotto dei birrifici pratesi attualmente non è proprio il massimo». Gli esperti del settore, quindi, sono concordi nell’affermare che la situazione è in piena evoluzione e che occorra intervenire su due piani: prima di tutto è necessario agire sulla qualità del prodotto, perché a parte alcuni casi di birrifici che hanno mantenuto dalle origini un alto livello qualitativo, come sottolinea Kuaska, «si è cresciuti, forse più in numero che in qualità media, ma si è dato vita ad una tendenza che sembra non arrestarsi ma svilupparsi sempre di più».
Ribadisce Utzeri: «Molto importante è la preparazione, formarsi tecnicamente intendo, anche dialogando con i birrai più esperti, fare rete. E poi organizzare eventi assieme, creare sinergia per amplificare la propria voce e far conoscere il proprio lavoro, partendo dal proprio territorio».
Proprio questo è il secondo piano sul quale è importante intervenire: territorio e comunicazione. Laschi, da pratese e profondo conoscitore della nostra realtà, offre degli spunti sui quali riflettere: «Innanzitutto fare birra di qualità: non c’è niente che avvicini il consumatore al prodotto più della qualità dello stesso, oltre alla costanza nel tempo del livello qualitativo. Un binomio inscindibile. Poi ci vogliono le ricette giuste, la giusta dose di innovazione e di rispetto della tradizione, un bel packaging (anche l’occhio vuole la sua parte) e una efficace strategia comunicativa (nella quale in pochissimi sembrano credere, al momento). Poi, partecipare/contribuire alla organizzazione di eventi, nei quali la birra artigianale detenga il ruolo di protagonista. Fare squadra, muoversi assieme, “solleticare” la curiosità e non aspettare che siano altri ad invitarti a manifestazioni “preconfezionate”. In definitiva, una maggiore capacità propositiva, la convinzione che il proprio prodotto valga e che debba essere fatto conoscere. A più persone possibili”. Abbiamo sotto gli occhi una situazione molto interessante di fermento e creatività, che come abbiamo sentito dai nostri esperti ha bisogno di tempo e di attenzione. Da parte di tutti.
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