Il Tirreno

Prato

Quando il giudice è un buon padrone

di Maria Lardara
Quando il giudice è un buon padrone

I casi del gruppo Flowers di Montemurlo e del Don Chisciotte Galilei: salvati grazie ai curatori tanti posti di lavoro

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PRATO. Provano a voltare pagina, scrivendone una nuova, da cui bandire le parole “mafia” o “camorra”. Aziende fallite e rinate. In piedi perché l’amministrazione giudiziaria o la curatela fallimentare ne hanno riattivato la spina, salvando decine di posti di lavoro. E tutto in totale trasparenza e alla luce del sole, nei settori del tessile come nella ristorazione. Chi non ricorda la vicenda del gruppo Flowers di Montemurlo, fallito nel novembre 2011, poco prima che finissero in manette i titolari Benedetto e Diocrate D’Innocenzo? Pesante l’accusa: estorsione aggravata dal metodo mafioso. Un dramma per le 50 rammendine della Flowers il cui destino apparve subito incerto, tra cassa integrazione, stipendi e Tfr non pagati, oltre ai titolari arrestati.

Lightex: rammendine salve. Ora la parola fine è stata posta anche sulle altre ditte che erano nate dalle macerie del gruppo, ovvero le srl Blu Textile, Sun Textile, Sky Textile, gruppo Flower Fabrics, di cui il tribunale di Prato ha dichiarato il fallimento il 25 settembre scorso, nominando curatrice la commercialista Cristina Gelli (la stessa che aveva gestito il primo fallimento del gruppo) che però ha rinunciato all’incarico. Le 45 rammendine di via di Vittorio a Montemurlo però non hanno mai smesso di rifinire tessuti: anzi, tra primavera e estate ne è stata assunta qualcuna in più e riscuotono regolarmente lo stipendio. Il loro datore di lavoro è la Lightex: una srl nata sempre dalle ceneri del gruppo Flowers, che nel gennaio 2013 ha preso in affitto il ramo d’azienda di Blu Textile, Sun Textile, Sky Textile e gruppo Flower Fabrics (fallite non per indebitamento per sanzioni su accertamenti fiscali) e si trova adesso in regime di amministrazione giudiziaria. A seguirla, i professionisti Sandro Di Vincenzo ed Enrico Duccini nominati dalla Procura distrettuale antimafia di Firenze, mentre Alessio Nieri e Marco Pinasco ne sono i legali rappresentanti dal gennaio scorso. Se è vero che c’è sempre una luce in fondo al tunnel, le lavoratrici l’hanno trovata grazie all’amministrazione giudiziaria e al lavoro concertato dalla Procura: un’operazione rara e innovativa finalizzata a preservare innanzitutto i posti di lavoro. «Lightex esisteva già dal 2011 ma è ripartita da zero, senza accollarsi debiti, con una ristrutturazione completa avvenuta all’inizio di quest’anno che l’ha trasformata in un’attività alla luce del sole – spiega l’amministratore giudiziario Sandro Di Vincenzo -. Si sono fatti i salti mortali per tenere in piedi l’azienda e non perdere il lavoro in questi momenti di crisi, rassicurando tutti i fornitori e i clienti dopo le vicende ben note legate alla proprietà. Il nostro obiettivo è fare i custodi dell’azienda, mantenendo i posti di lavoro in un’amministrazione pro tempore. Due gli scenari futuri: la restituzione ai proprietari qualora dovessero cadere i capi d’imputazione, oppure la confisca dell’azienda secondo le norme antimafia». In mezzo c’è anche un accordo sindacale, firmato a inizio d’anno tra i rappresentanti di Lightex e la Uil, il sindacato più rappresentato tra i lavoratori, che prevede l’applicazione del contratto dell’artigianato, anziché dell’industria. Buste paga più leggere, insomma, come scotto da pagare in nome della continuità lavorativa. «Ma con la clausola che dopo due anni l’azienda eroghi un premio: Lightex è un’azienda sana che paga regolarmente i suoi dipendenti», sottolinea Qamil Zejnati della Uilta-Uil mentre anche il consulente Paolo Guasti sottolinea l’obiettivo prioritario «del mantenimento dell’occupazione».

Il Don Chisciotte Galilei. Dal tessile alla ristorazione, rimanendo in tema di salvataggi aziendali per mano dei tribunali. Prosegue l’esercizio provvisorio (amministrato dalla curatela fallimentare) del Don Chisciotte Galilei che tra un mese andrà all’asta. Giusto il tempo perché la curatela affidata a Evaristo Ricci possa mettere a punto il bando, con la clausola dell’assunzione dei lavoratori. Qui intanto si sfornano le pizze di sempre e la clientela è quella affezionata di una volta, grazie alla motivazione dei dipendenti che hanno saputo reagire al fallimento. L’esercizio provvisorio andrà avanti fino al 31 dicembre 2013, comunque fino alla messa in vendita dell’attività in modo da proteggere i 7 lavoratori della pizzeria che faceva parte della catena Don Chisciotte, già coinvolta in una serie di sequestri nell’ambito dell’inchiesta sul clan Terracciano, in odor di camorra (a marzo fu decretato il fallimento dal tribunale di Prato per il Don Chisciotte di viale Galilei, quello a Iolo, il Sancho Panza di via Valentini e, nel luglio scorso, anche quello di piazza Mercatale). Ma se le altre pizzerie con il marchio “Don Chisciotte” sono state cedute in affitto o vendute, quella di viale Galilei è in piena attività e ai 7 dipendenti in pianta stabile si aggiungono quelli saltuari inquadrati con contratto a chiamata. «L’esercizio provvisorio, che consente di mantenere i posti di lavoro, ha una sua autonomia: paga i dipendenti e i fornitori con regolare cadenza mensile», spiega Evaristo Ricci che è anche il legale rappresentante dell’azienda. E’ lui ad aver proposto al tribunale e al comitato dei creditori l’esercizio provvisorio ottenendone l’autorizzazione. «Non è una formula usuale ma fattibile quando ci si rende conto che l’attività produce e che i dipendenti sono motivati», puntualizza Ricci. Aspettando l’asta tra un mese, il passivo del Don Chisciotte Galilei ammonta a circa 700mila euro.

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