La manifestazione
Così cresce il ceto medio a Chinatown
Tre ricercatori spiegano le trasformazioni nella comunità. E l’Italia non è più la terra promessa per chi parte da Wenzhou
PRATO. L’Italia non è più la terra promessa per i cinesi che da Wenzhou progettano di costruire il loro futuro all’estero, ma tra coloro che sono già arrivati sta crescendo un ceto medio che consuma anche in tempi di crisi. La comunità cinese di Prato, insomma, non è più divisa tra ricchi confezionisti e operai sfruttati.
Lo sostengono i tre ricercatori Fabio Berti, Valentina Pedone e Andrea Valzania che per conto dell’Università di Siena hanno pubblicato lo studio “Vendere e comprare”, presentato ieri mattina all’auditorium della Camera di commercio nel corso del convegno “Fortunatamente vendo ai cinesi” che è stato vivacizzato dall’intervento dell’assessore alla Sicurezza urbana Aldo Milone, determinato a guardare l’altra faccia della medaglia e cioè l’evasione fiscale.
La caduta dei luoghi comuni. Una banalità da sfatare, secondo il ricercatore Fabio Berti, è quella degli “schiavi” cinesi. All’inizio dell’immigrazione cinese a Prato, e in parte anche oggi, gli operai orientali non guardavano ai loro padroni come sfruttatori, ma piuttosto come modelli da imitare, un po’ come gli operai pratesi del tessile negli anni Sessanta e in seguito. Anche i cinesi sentono la crisi, ha aggiunto. Chi non ha sfondato nelle confezioni ha scelto di aprire negozi, come alternativa al lavoro dipendente.
La fine del sogno italiano. L’Italia non è più la terra promessa per i cinesi dello Zhejiang, ha spiegato Valentina Pedone sulla base delle interviste condotte tra gli orientali. Grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, i cinesi di Cina hanno capito che qua non è tutto rose e fiori. «Quando torno in patria mi prendono in giro» dice il titolare di un negozio di telefonia. «Ci paragoniamo a chi è rimasto in Cina - gli fa eco il gestore di un’erboristeria - e a volte ci sentiamo amareggiati. Non ce la facciamo neanche ad alzare lo sguardo perché ci guardano dall’alto in basso, è così». Al posto giusto nel momento sbagliato, insomma, visto che mentre l’Italia arrancava, la Cina ha fatto passi da gigante.
Consumatori anticiclici. Ma chi resta, perché è troppo faticoso spostarsi di nuovo o perché i figli si sono già radicati, comincia a consumare. E lo fa, ha spiegato il sociologo Andrea Valzania, in maniera anticiclica, cioè anche in momenti di crisi, come questo. I cinesi sono attratti dalle grandi marche, vanno pazzi per le promozioni (vedi la coda notturna quando è uscito il nuovo modello di iPad) e pesano già per oltre il 5% sul fatturato degli alimentari nella grande distribuzione, per oltre il 10% sulle bevande, per un quarto sui prodotti per l’infanzia.
E dunque il titolo vagamente provocatorio “Fortunatamente vendo ai cinesi” si spiega proprio con questa propensione al consumo anticiclico che ha aggiustato i bilanci di qualche commerciante italiano e, aggiungiamo noi, il portafoglio di chi doveva affittare stanzoni e capannoni rimasti vuoti per colpa della crisi del distretto tessile.
La crescita del ceto medio consumatore cinese, concludono i tre ricercatori, mostra tre tendenze: un maggiore radicamento sul territorio, una maggiore visibilità sociale (grazie anche all’apertura delle attività commerciali), una maggiore interazione con gli italiani.
Secondo Andrea Valzania servirebbe una sterzata nelle politiche di integrazione. Renderle differenziate, perché la comunità cinese non è più un blocco indistinto, e soprattutto costruite dal basso, per intercettare anche le nuove generazioni che rimarranno qui anche se e quando le confezioni saranno chiuse.
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