La manifestazione
Cinesi, non più solo confezioni e cocomero
Ricerca dell’Università di Siena: gli orientali temono di perdere la faccia con gli amici rimasti in Cina
PRATO. Non vengono più solo da Wenzhou, non lavorano più solo in confezione, non consumano solo cocomero e hanno sempre più paura di perdere la faccia rispetto a chi è rimasto in patria e ormai sa come vivono e a quali sacrifici vanno incontro per cercare fortuna in Italia. E’ il sorprendente ritratto dei cinesi di Prato contenuto nella ricerca commissionata dall’Osservatorio sociale regionale all’Università di Siena e che verrà presentato venerdì all’auditorium della Camera di commercio nel corso del convegno “Fortunatamente vendo ai cinesi”.
Andrea Valzania, Fabio Berti e Valentina Pedone hanno firmato uno studio dal titolo “Vendere e comprare. Processi di mobilità sociale dei cinesi a Prato” che si propone di sfatare alcuni luoghi comuni che da tempo circolano sulla comunità orientale che vive in città.
Non solo da Wenzhou. Arrivano "nuovi" cinesi dal Fujian e dalla Manciuria (più poveri e con meno reti sociali) e in parallelo diminuisce il flusso dallo Zhejiang, perché il migrante non è più percepito positivamente in patria ma come una persona che non ha colto o non riesce a cogliere le opportunità che offre il suo sviluppo tumultuoso.
La paura di perdere la faccia. Le interviste mostrano che oggi i cinesi si sentono in imbarazzo nei confronti di amici e parenti rimasti in patria; con la diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione (attraverso i tanti blog, l'utilizzo di skype e dei social network) le condizioni di vita all'estero sono molto più note rispetto a soli dieci anni fa. Il grande sviluppo del turismo ha fatto sapere in patria come vivono e lavorano le migliaia di connazionali che si trovano in Italia rendendo così possibile un paragone con i disprezzati “nongmingong”, i lavoratori migranti che si riversano dalle campagne nelle grandi città cinesi in cerca di impiego.
"Consumo, dunque sono": il consumo come simbolo di status. I benestanti cinesi comprano (e frequentano, ostentando le loro auto di lusso per arrivare nei parcheggi limitrofi ai luoghi di consumo) gioielli, vino pregiato, beni da regalare al loro ritorno in patria per differenziarsi dai più poveri, i quali, non potendolo fare, tendono ad emularne le gesta (e l'atteggiamento verso il consumo) andando anche, seppur con minore frequenza, negli stessi luoghi di "moda" dei più ricchi.
La casa? La compro in base al feng shui. La disposizione della casa in base ai principi del feng shui rende alcune abitazioni inaspettatamente più appetibili di altre sta cambiando alcuni segmenti territoriali del mercato della casa.
Nel pomeriggio di venerdì, al dibattito sul tema “Tra laoban e dipendenti: i commercianti cinesi”, parteciperà anche Malia Zheng, che tiene un blog sul sito del nostro giornale (www.iltirreno.it)
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