Il Tirreno

Prato

«Voglio poter camminare a testa alta»

dall’inviata Ilenia Reali

Miliotti racconta la sua scelta di evitare il concordato. «Avrei messo in ginocchio tante aziende. Ho preferito pagare»

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MILANO. «Hai visto Franco? Sì, sta proprio bene. Sembra davvero sereno». Il Franco della conversazione tra i due imprenditori pratesi in fiera a Milano è Franco Miliotti, 67 anni, 50 trascorsi nell’azienda della sua famiglia, uno dei gruppi tessili più grandi di Prato. Tanto per capire: 120 dipendenti, 95 milioni di fatturato nel 2001. Numeri però che appartengono al passato. Oggi per parlare del Gruppo Milior non si può prescindire dalla ristrutturazione del debito (100 milioni di euro, comprendendo anche le aziende dell’immobiliare) cominciata ormai tre anni fa.

Oggi Miliotti è in fiera a Milano Unica. E questo è un evidente segnale per gli addetti ai lavori: l’azienda andrà avanti senza concordati. E il viso sereno di Miliotti ne è la riprova.

«Sono qui e già vuol dire qualcosa», commenta lui dallo stand della fiera italiana del tessile Milano Unica in programma da ieri a giovedì.

«L’azienda - cede all’insistenza delle domande - si può dire che è salva ma quanto ci ho messo: milioni e milioni di euro. Così tanti soldi che ho paura a dire la cifra». Una cifra enorme servita per evitare di ricorrere a un concordato e necessaria per portare avanti i rapporti con le banche nell’ambito del progetto di ristrutturazione del credito.

«Sono stato caparbio. Non ho voluto mai fare quello che mi consigliavano un po’ tutti i professionisti. Fare un concordato significava non rimetterci così tanti soldi ma anche mettere sul lastrico tanta gente. E poi a ripartire beh, ci sarebbe voluto coraggio».

Il coraggio di non provare vergogna. «L’azienda - spiega l’imprenditore - esiste dal 1890 e fu fondata dal nonno di mio padre. Quando a venti anni, dopo il Buzzi, arrivai mi facevano fare un po’ di tutto. Ed ero io, nell’azienda che non aveva certo la penetrazione sul mercato raggiunta dopo, che andavo dai terzisti. A volte capitava di chiedere di fare il nostro ordine prima di altri e, più volte, mi sono sentito rispondere “sì ti si fa prima degli altri ma solo perché ti chiami Miliotti e i tuoi genitori sono sempre stati corretti e onesti”».

Una considerazione che rendeva il giovane Miliotti orgoglioso. E una frase che non ha potuto cancellare quando si è trovato a fare delle scelte. «Ho scelto di poter continuare a camminare a testa alta. E ai miei figli, in questi ultimi anni così difficili, continuavo a ripetere questo: adesso facciamo sacrifici enormi ma poi, se riusciremo a tenere in piedi l’azienda, potremo essere orgogliosi di come ci siamo comportati. Si possono sempre prendere le scorciatoie ma quando sacrifichi le persone che hai avuto a fianco perdi la credibilità e il rispetto. E per me questo conta molto».

Miliotti racconta della sua scelta di non smettere di dare ossigeno - soldi - al gruppo tessile come un’esigenza propria. Nessun riferimento ai colleghi che invece si sono comportati in modo diverso. «Non parlo degli altri perché li capisco. Proprio perché ci sono passato. Capisco chi non se la sente e preferisce fare in un altro modo. Io per andare a Roma avevo due strade: una pianeggiante, l’altra impervia e piena di rischi. Come si può criticare chi sceglie la via più facile?».

«Non posso certo mettermi in cattedra: semmai devo ringraziare tutte quelle aziende che ci hanno dato credito nei momenti più difficili».

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