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Prato

Colleghi per caso, e per risparmiare

Colleghi per caso, e per risparmiare

Nasce la prima agenzia di “coworking”: il popolo delle partite Iva condivide gli spazi che altrimenti costerebbero troppo

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PRATO. Metti una scrivania e aggiungi una connessione Internet. Metti anche un locale per le riunioni e magari pure la macchinetta del caffè, condisci il tutto la parola “risparmio” che di questi tempi non guasta. L’idea è semplice, ma originale. E, come spesso succede, è figlia di una moda nata, tanto per cambiare, negli Stati Uniti quasi dieci anni fa.

Necessità fa virtù. Avvocati, ricercatori, designer di siti internet, agenti immobiliari. Fanno lavori diversi, dividono (anzi condividono) spazi, diventano “colleghi per caso”, si spartiscono l’ufficio in condominio per dividere le spese. Così anche Prato scopre la filosofia del “coworking”. A Roma e Milano, è già una realtà da molti anni. L’associazione culturale “Warehouse” sta provando ad esportarla a Prato. Da luglio aprono le braccia ad aspiranti “coworker”. Tra il popolo dei professionisti e delle partita Iva inizia a spargersi la voce che lì si può lavorare in uno spazio condiviso, senza spendere un capitale per prendere in affitto uno studio o un ufficio. «Lo facciamo per ammortizzare le spese dell’affitto nel fondo che è sede dell’associazione ma anche per mettere in pratica una filosofia di lavoro diversa, fatta di scambio di professionalità e di energie creative», spiega Giampaolo Infante, designer per la comunicazione e tra i fondatori nel 2012 di “Warehouse” insieme a Jonathan Targetti e Antongiulio Migliacci (tutti under 30), con sede in via San Iacopo 9, nel cuore del centro storico.

Giampaolo è uno che ha viaggiato tanto: è a Londra che è scoccata la scintilla per il “coworking” ed è lui stesso a metterlo in pratica avendo allestito una scrivania di lavoro nella sede di “Warehouse”. «L’alternativa è lavorare da casa ma, rinchiuso nel tuo appartamento, il rischio è trovarsi alienati senza alcun contatto esterno - sottolinea Giampaolo - La forza nel “coworking” sta anche nel condividere le idee e, perché no se capita, anche clienti». A condividere l’ufficio con lui c’è Antongiulio, anche lui designer di siti internet in quei 100 metri quadri di fondo dove prima una volta un negozio di cornici: nel loro piccolo, fanno già “coworking”. Ci sarebbe posto per altre quattro postazioni. E qui un libero professionista può cavarsela con una spesa di 160 euro al mese: come riporta il sito di “Warehouse” dal luglio scorso, il pacchetto comprende postazione lavoro, wifi, utenze, bagno, area relax, corte interna e parcheggio bici. Uno spazio informale che profuma di creatività perché qui, periodicamente, s’organizzano mostre di arte contemporanea (il 21 settembre s’inaugura quella dedicata al pittore Aldo Gentilini). E già fioccano le prime manifestazioni d’interesse. «Da quando l'abbiamo fatto conoscere sul nostro sito, abbiamo avuto una decina di richieste per il "coworking"», fa sapere Jonathan Targetti, presidente di “Warehouse”. E proprio due giorni fa si è presentato un giovane avvocato: è lui il primo “coworker” pronto a condividere la scrivania. Sul piano burocratico, ci s’iscrive all’associazione e se ne utilizzano gli spazi per il “coworking”. E se uno dei primi esperimenti di “coworking” nasce dentro le mura, non è un caso: “Warehouse” (in inglese, magazzino: in questo caso, di idee) è impegnata in una mappatura degli spazi culturali in centro. Ora ce ne sono diversi: il “Compost” e "Qahwa" (via Santa Chiara), le gallerie “Moo” (via San Giorgio) e “Lato” (piazza San Marco) e l’ex chiesino di San Giovanni di Fonderia Cultart. Oltre a “Warehouse”, un bel fermento.

Maria Lardara

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