Gioco
Immunizzati anche al nulla più brutto
Viaggio nella prima periferia di Prato che «ha perduto il tempo passato e non riesce a trovare quello che verrà»
PRATO. Da qualche parte del suo ampio trattato su “Lo scontro delle civiltà”, Samuel Huntington si chiede se il tempo sia un costruttore o un distruttore. Risposta difficile: certamente è l'una cosa e l'altra, ma va affrontato con coraggio. Il coraggio delle perdita e quello della speranza nel domani.
I miei figli, bambini, andavano a giocare in piazza della stazione.
Oggi neppure il cane di casa ci manderei, per evitargli bucature di vecchie siringhe, tagli da bottiglie rotte, ingestione pericolosa di escrementi e preservativi. E la stessa cosa vale per le belle strade lungofiume, come via Tiziano e dintorni, sedi di prostituzione femminile cinese, e romeno albanese, maschile.
Ci sono voluti una decina d'anni per arrivarci, ma ci siamo arrivati. E il tutto appare naturale. Che si dorma sotto i ponti, lungo i marciapiedi, nei giardinetti attorno ai condomini. Come se questa fosse davvero accoglienza e non riduzione di un individuo al nulla fisico e morale. Certo il tempo travolge le cose e stravolge il nostro modo di pensare. Ci immunizza. Così siamo immunizzati a tutto il resto. Alla città mutata: la “città di plastilina”, adattabile a tutto, come la definirebbe Martin Kahn, il futurologo che predisse il trionfo delle metropoli e quindi parlò del riscatto dei microcentri.
Il fatto è che noi abbiano perduto il tempo passato e non troviamo quello futuro. Non solo nell'impresa, ma ancor più nell'urbanizzazione, rimasta a mezzo di un'idea che non riusciamo ad afferrare.
Anni fa discutemmo per anni sul nuovo assetto di piazza Mercatale senza accorgersi che la città stava perdendo il suo assetto generale. E tutto rimase lì fermo, eccetto Prato che regredì ulteriormente.
Oggi la crisi, un certo disinteresse e una forma di sconforto ci lasciano soli a tu per tu con le memorie. E andrà peggiorando. Qualche esempio?
Un inutile nuovo ospedale ci priverà di molti letti e servizi, è nato prima ancora che si pensasse a vie di comunicazione per raggiungerlo. E il vecchio rischia di diventare per molti anni il ritratto di un “cupio dissolvi” fatto d'ombre pericolose e di assenze di idee. Una enclave di solitudine fra le mura della città.
In un ambiente dove vecchie fabbriche chiuse da tempo aspettano d'essere demolite e sostituite dalla riscoperta delle mura o da nuove strutture.
E restando nell'immediatezza del centro, appena al di la delle mura, in via Pomeria domina da sempre una strettoia obbligata da una costruzione fatiscente che strozza ogni miglioramento della viabilità in una zona decentemente recuperata, una volta ricca di fabbriche ormai sparite. Resta, a monito del domani e a ricordo di ieri, una parte di vecchia ciminiera. E la bellezza pulita delle mura, che andrebbero tutte rivalutate com'è avvenuto recentemente nella zona di porta Santa Trinita.
Da ragazzo gravitavo fra via Pistoiese e via Filzi, e mio padre aveva una azienda in via Strozzi, oggi case e fabbriche cinesi.
Quello che ricordo ancora è il percorso lungo via Ferrucci e dintorni, fino al viale della Repubblica, oggi un alternarsi di capannoncini e fabbriche semideserte e nuove abitazioni. C'era, alla congiunzione delle due vie, un grosso cascinale, e c'è ancora. Ma fatiscente. Poco male: è poca cosa. Eppure assieme ad altri simili, è qualcosa che ci ricorda la nostra incapacità di conservare, o superare, e dietro il cascinale ci sono campi e orti, e subito il tribunale. La città lì si ferma, con un brusco passaggio fra oggi e ieri. Ecco un centro vendita di oggetto d'uso erotico, ed ecco subito dietro la sterpaglia di un nulla fatiscente.
Un po' come viale Marconi, dove da una parte Mezzana si è ampliata fra vecchi capannoni e nuove abitazioni e dall'altra, attorno al fiume, ha attecchito il nulla più brutto di ogni altra periferia urbana brutta nel mondo. Cliveland compresa. Esperimenti tanti: da campo fiera a campo zingari, da sosta di autotreni ad accoglienza degli ultimi patetici circhi, all'appuntamento coi quali non si può mancare, per battere il tempo che ci corrompe, ci impoverisce e ci arricchisce contemporaneamente, come se si fosse svampito. È vero, siamo confusi, non abbiamo memorie, non intravediamo il domani, ma intanto i cinesi pensano non solo alla fabbrica, ma anche a gallerie d'arte, a associazioni culturali e sociali, a sviluppare collegamenti con il mondo. Diventano l'Occidente nuovo.
In questo agosto, da solo, farò una zingarata attraverso il centro storico. Poi vi dirò.
(2 - continua)
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